Indice degli scritti di Lenin

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Lenin - L'imperialismo, fase suprema del capitalismo (1)

Saggio popolare


Scritto tra il gennaio e il giugno 1916. Pubblicato in opuscolo a Pietrogrado nel settembre 1917.


Presentazione di L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916)


Per raggiungere una comprensione abbastanza avanzata del mondo che dobbiamo trasformare bisogna inquadrare i suoi eventi, personaggi e operazioni nella storia di cui sono parte: l’epoca finale della società borghese, l’epoca della rivoluzione socialista. Lo scritto di Lenin che presentiamo è per la concezione comunista del mondo la continuazione delle opere di Marx e di Engels. Illustra il seguito della storia della società borghese dopo la fase denominata “macchine e grande industria” descritta nel capitolo 13 del primo dei 3 libri di Il capitale, che nei due paesi più avanzati dell’epoca (Gran Bretagna e USA) copre all’incirca il periodo 1750-1875. In essi e in altri gli anni 1875-1900 costituiscono il periodo del passaggio dalla società basata sulla produzione capitalista di merci (beni e servizi) alla società in cui predomina il capitale finanziario e speculativo e la produzione di merci è ridotta a parte indispensabile ma limitata delle attività della classe dominante. La nuova fase per circostanze accidentali (Imperialismo l’economista inglese J.A. Hobson intitolò il libro che pubblicò nel 1902) è denominata “imperialismo”.

All’inizio del secolo XIX in Europa e nell’America del Nord si erano succeduti cicli decennali di stagnazione, prosperità, sovrapproduzione di beni e servizi, crisi: qualcosa mai successo prima nella storia dell’umanità. I proprietari dei beni prodotti e dei mezzi di produzione (i capitalisti) licenziavano lavoratori salariati (gli operai) e chiudevano aziende perché avevano fatto produrre agli operai più di quello che i capitalisti riuscivano a vendere con profitto: quindi i lavoratori non potevano più produrre i beni e i servizi di cui essi e gli altri esseri umani avevano bisogno. Il sistema sociale composto di capitalisti e di operai si era formato a partire dal secondo millennio in alcuni paesi europei dei quali la Gran Bretagna all’inizio del secolo XIX era quello centrale. Esso nel corso di alcuni secoli aveva portato gli abitanti di questi paesi ad accrescere la loro conoscenza e padronanza della natura e le loro forze produttive.

Le crisi cicliche decennali erano il segnale che il sistema sociale fatto di capitalisti e operai era storicamente superato. Da sempre gli uomini avevano sofferto delle intemperie naturali e per i limiti della quantità di beni che i lavoratori riuscivano a strappare alla natura, tanto più che una grande parte dei frutti del loro lavoro la consumavano i membri delle classi dominanti. Ma oramai neanche il sistema capitalista era più adatto a un positivo sviluppo della specie umana. La fame e la carestia convivevano con lo spreco, l’ignoranza e l’abbrutimento con la scienza, la devastazione della Terra con una larga e crescente conoscenza di essa e della natura. Gli uomini dovevano cambiare il loro sistema sociale. Nel Manifesto del partito comunista (1848) oltre a denominare il nuovo sistema sociale dettato dalla natura della società che ne imponeva l’avvento (comunismo del quale il socialismo era la fase iniziale), Marx ed Engels ne avevano delineato a grandi tratti le caratteristiche principali. Il movimento operaio, il movimento comunista cosciente e organizzato con i suoi partiti socialisti e comunisti al quale essi diedero inizio, divenne il promotore dell’instaurazione della nuova società. La prima guerra mondiale (1914-1918) fu una guerra tra gruppi imperialisti. Le classi dominanti dei paesi più avanzati gettarono l’uno contro l’altro i popoli per decidere chi di esse avrebbe dominato il mondo. Ma alla carneficina da esse scatenata pose fine la prima vittoria della rivoluzione socialista, la Rivoluzione d’Ottobre guidata dal partito che, diretto prima da Lenin e poi da Stalin, fu alla testa della costruzione dell’Unione Sovietica che negli anni Cinquanta in tutto il mondo i lavoratori e i popoli oppressi ammiravano e i capitalisti temevano e sollevò nel mondo la prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria.

In quel contesto emerse l’“incapacità rivoluzionaria” del movimento operaio dei paesi imperialisti che ancora caratterizza la storia del mondo attuale, assieme alla lotta dei paesi socialisti formatisi nel corso della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria (1917-1976) - tra i quali di gran lunga primeggia la Repubblica Popolare Cinese fondata nel 1949 da Mao Zedong - e alla lotta con cui i gruppi imperialisti, dominati da quelli USA tramite la NATO, cercano di prolungare il sistema imperialista.

L’“incapacità rivoluzionaria”, l’incapacità dei partiti socialisti della II Internazionale prima e poi dei partiti comunisti della III Internazionale nel promuovere la rivoluzione socialista, nel mobilitare e dirigere le masse popolari e gli operai che le capeggiavano, a togliere ai capitalisti la direzione della società e instaurare il socialismo, si manifesta anche nell’incomprensione dell’analisi esposta da Lenin, nello scarso rilievo dato a questo testo di Lenin e al salto d’epoca che esso indica dai capi dei partiti che sono stati alla testa degli operai e delle masse popolari dei paesi imperialisti nel corso dei decenni che costituirono la prima ondata della rivoluzione proletaria, partiti che tuttavia hanno riscosso la fiducia e suscitato l’eroismo di milioni di individui e che godettero dei frutti della loro attività.

Quanto all’Italia non a caso la stessa traduzione in italiano del testo di Lenin, opera della casa editrice del PCI (Editori Riuniti), è densa di errori e di travisamenti. Abbiamo rivisto la traduzione e ripubblichiamo l’opera di Lenin perché il suo studio contribuisca a comprendere gli sviluppi che il sistema imperialista e la rivoluzione socialista hanno avuto nel secolo trascorso.

Ancora oggi gran parte degli esponenti che con maggiore convinzione si dichiarano marxisti tra gli animatori di gruppi e organismi derivati dalla frammentazione del movimento comunista, cercano di interpretare il corso delle cose trattando di crisi cicliche al modo in cui ne hanno trattato Marx ed Engels descrivendo la società borghese dell’Ottocento quando la produzione di merci era ancora la principale attività dei capi della classe dominante. Lenin nello scritto che presentiamo, anche se non entra in merito alla sovrapproduzione assoluta di capitale di cui Marx aveva prospettato l’avvento (capitoli 13, 14 e 15 del libro terzo di Il capitale) e che è la fonte dell’imperialismo, illustra chiaramente come il capitalismo incentrato sulla produzione di merci ha dato luogo al capitalismo incentrato sulle operazioni finanziarie e sulla speculazione. Il capitale finanziario e speculativo è oggi la parte di gran lunga predominante del titolo al comando dell’attività altrui di cui si fa forte la classe dominante che fa incombere sull’umanità la catastrofe ecologica e della terza guerra mondiale.

Sta a noi comunisti dei paesi imperialisti superare i limiti (il rivendicazionismo sindacale e politico, l’elettoralismo e il militarismo) che ci hanno nel passato resi impotenti e ancora ci ostacolano nel mobilitare e dirigere le masse popolari a organizzarsi e instaurare il socialismo. Tra tutti i rivoluzionari sono degni di fregiarsi del titolo di comunisti quelli che delle condizioni, della forma e dei risultati della lotta di classe hanno una comprensione abbastanza avanzata da riuscire a spingerla in avanti fino all’instaurazione del socialismo e alla creazione del comunismo.



Avvertenza preliminare

Il testo che segue è tratto da Lenin, Opere complete, vol. 22, Editori Riuniti, 1966, Roma, reperibile al link http://ciml.250x.com/archive/lenin/italian/lenin_opere_22.pdf#page=184.

Abbiamo però rivisto alcuni passaggi e termini della traduzione in italiano adottata da Editori Riuniti sia per correggere errori sia per adottare un linguaggio più attuale. Per rivedere il testo di Editori Riuniti ci siamo serviti del vol. 22 dell’edizione inglese delle Opere complete di Lenin, edito dalla casa editrice Progress (Mosca) nel 1974 e reperibile al link www.marx2mao.com/PDFs/Lenin CW-Vol. 22.pdf#page=189.

Le note contrassegnate con (*) sono di Lenin; le note contrassegnate con numeri sono di Editori Riuniti riviste da noi con quelle dell’editore inglese e con aggiunte nostre (per gli scritti di Lenin segnalati nelle note rimandiamo sempre ai volumi di Opere complete, Editori Riuniti); le note inserite nel testo tra { } in corpo 9 sono nostre.

I redattori del (nuovo)PCI



INDICE

Prefazione alla prima edizione

Prefazione alle edizioni francese e tedesca

1. La concentrazione della produzione e i monopoli

2. Le banche e la loro nuova funzione

3. Capitale finanziario e oligarchia finanziaria

4. L'esportazione del capitale

5. La spartizione del mondo tra le associazioni capitaliste

6. La spartizione del mondo tra le grandi potenze 

7. L'imperialismo, particolare fase del capitalismo.

8. Parassitismo e putrefazione del capitalismo

9. Critica dell'imperialismo

10. Il posto che occupa l'imperialismo nella storia



Prefazione alla prima edizione

L'opuscolo che sottopongo all'attenzione del lettore l'ho scritto a Zurigo nella primavera del 1916. Date le condizioni in cui ero costretto a lavorare in quella città, naturalmente non mi è stato possibile consultare molti libri francesi e inglesi e soprattutto russi: ho potuto tuttavia utilizzare la fondamentale opera inglese sull'imperialismo di J. A. Hobson, con tutta l'attenzione che essa, a mio giudizio, merita.

L'opuscolo è stato scritto tenendo conto della censura zarista. Per tale motivo sono stato costretto ad attenermi ad un'analisi teorica, soprattutto economica, ma anche a formulare le poche osservazioni politiche indispensabili con la più grande prudenza, mediante allusioni e metafore, quelle metafore maledette, cui lo zarismo condannava tutti i rivoluzionari che prendessero la penna per scrivere qualche cosa di "legale".

Come è penoso rileggere ora, in questi giorni di libertà, quei passi dell'opuscolo che per riguardo alla censura zarista sono contorti, compressi, serrati in una morsa! Solo con la lingua dello "schiavo" potevo scrivere che l'imperialismo è la vigilia della rivoluzione socialista, che il socialsciovinismo (socialismo a parole, sciovinismo nei fatti) equivale a un completo tradimento del socialismo, al passaggio con armi e bagagli nel campo borghese, che questa scissione in seno al movimento operaio è legata alle condizioni oggettive dell'imperialismo, ecc.; quindi, devo rinviare quelli tra i lettori che s'interessano di tali questioni ai miei articoli comparsi all'estero negli anni 1914-1917, i quali vedranno presto la luce in una nuova edizione. Qui bisogna soprattutto rilevare un passo alla fine del capitolo 9. Per dimostrare al lettore, in forma compatibile con la censura, con quanta spudoratezza mentono, sulla questione delle annessioni, i capitalisti e i socialsciovinisti passati nel loro campo (contro i quali combatte con tanta inconseguenza Kautsky), con quanta spudoratezza essi giustifichino le annessioni dei loro capitalisti, fui costretto a scegliere come esempio... il Giappone!

Il lettore attento metterà, al posto del Giappone, la Russia e al posto della Corea, la Finlandia, la Polonia, la Curlandia, l'Ucraina, Khiva, Bukhara, l'Estonia o gli altri territori di popolazione non grande-russa.

Voglio sperare che il mio lavoro contribuirà a chiarire la questione economica fondamentale, la questione cioè della sostanza economica dell'imperialismo, perché senza questa analisi non è possibile comprendere né la guerra né la situazione politica odierne.

Pietrogrado, 26 aprile 1917


Prefazione alle edizioni francese e tedesca (2)

I

Come risulta dalla prefazione all'edizione russa, scrissi quest'opuscolo nel 1916, sapendo che doveva passare per le mani della censura zarista. Oggi non ho la possibilità di rimaneggiare tutto il testo, né d'altronde ne varrebbe la pena perché l'intento principale del libro era e resta quello di dimostrare, sulla scorta di inoppugnabili dati statistici borghesi e delle ammissioni degli scienziati borghesi di tutte le nazionalità, qual era il quadro complessivo dell'economia capitalista mondiale, nelle sue relazioni internazionali ai primordi del secolo XX, alla vigilia della prima guerra imperialista mondiale.

Anzi, sarà utile in una certa misura per molti comunisti dei paesi capitalisti più progrediti convincersi, in base all'esempio fornito da quest'opuscolo, legale dal punto di vista della censura zarista, come sia possibile e doveroso servirsi anche dei miseri residui di legalità ancora lasciati ai comunisti, poniamo, nell'America o nella Francia odierna, a breve distanza di tempo dagli arresti in massa dei comunisti, per spiegare tutta la falsità delle vedute socialpacifiste e delle speranze nella "democrazia mondiale". Cercherò di presentare in questa prefazione quanto di più essenziale dovrebbe essere aggiunto a quest'opuscolo censurato.

II

Nell'opuscolo è stato dimostrato che la guerra del 1914-1918 fu imperialista (cioè di usurpazione, di rapina, di brigantaggio) da ambo le parti, che si trattò di una guerra per la spartizione del mondo, per una suddivisione e nuova ripartizione delle colonie, delle "sfere di influenza" del capitale finanziario e via dicendo.

La dimostrazione del vero carattere sociale o più esattamente classista della guerra non è contenuta, naturalmente, nella storia diplomatica della medesima, ma nell'analisi della situazione obiettiva delle classi dirigenti in tutti i paesi belligeranti. Per rappresentare la situazione obiettiva non vale citare esempi e addurre dati isolati (i fenomeni della vita sociale sono talmente complessi che si può sempre mettere insieme un bel fascio di esempi e di dati a sostegno di qualsivoglia tesi), ma prendere il complesso dei dati relativi alle basi della vita economica di tutti gli Stati belligeranti e di tutto il mondo.

Nel tracciare il quadro della spartizione del mondo nel 1876 e nel 1914 (cap. 6) e della distribuzione delle ferrovie in tutto il mondo nel 1890 e nel 1913 (cap. 7), mi sono precisamente servito di dati complessivi, che non temono confutazione di sorta. Le ferrovie sono il risultato delle industrie capitaliste di base - carbonifera, metallurgica e siderurgica - e sono contemporaneamente le testimonianze più significative dello sviluppo del commercio mondiale e della civiltà democratica borghese. Nei paragrafi precedenti avevo mostrato come le ferrovie sono connesse con la grande industria, i monopoli, i consorzi, i cartelli, i trust, le banche, l'oligarchia finanziaria. La ineguale distribuzione della rete ferroviaria, il suo sviluppo ineguale sono il risultato del capitalismo monopolista moderno su scala mondiale e dimostrano l'assoluta impossibilità di evitare le guerre imperialiste in tale sistema economico, finché esiste la proprietà privata dei mezzi di produzione.

La costruzione delle ferrovie sembra un'impresa semplice, naturale e democratica, civilizzatrice e di progresso: tale appare infatti agli occhi dei professori borghesi, stipendiati per imbellettare la schiavitù capitalista e agli occhi dei filistei piccolo-borghesi. Nella realtà i fili capitalisti che collegano queste imprese per infinite reti alla proprietà privata dei mezzi di produzione in generale, hanno trasformato la costruzione delle linee ferroviarie in strumento di oppressione di un miliardo di uomini nei paesi asserviti (nelle colonie e nelle semicolonie), cioè di più della metà degli abitanti del globo terrestre e degli schiavi salariati nei paesi "civili".

La proprietà privata, basata sul lavoro del piccolo proprietario, la libera concorrenza, la democrazia: tutte le parole d'ordine, insomma, con cui i capitalisti e la loro stampa ingannano gli operai e i contadini, sono cose di un lontano passato.

Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di strangolamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi "progrediti". E la spartizione del "bottino" ha luogo fra due o tre predoni (Inghilterra, America, Giappone) di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero.

III

Prima il Trattato di Brest-Litovsk, imposto dalla Germania monarchica, poi il Trattato di Versailles, di gran lunga più brutale e infame, imposto dalle repubbliche "democratiche" di America e di Francia in combutta con la "libera" Inghilterra, hanno reso all'umanità un preziosissimo servigio. Hanno smascherato i pennivendoli salariati dell'imperialismo e i piccolo-borghesi reazionari, ancorché sedicenti pacifisti e socialisti, che inneggiavano al "wilsonismo" {dal nome del presidente USA (1913-1921) Woodrow Wilson, promotore di un "programma di pace" nell’ambito della Società delle Nazioni alla fine della Prima Guerra Mondiale}e si affaccendavano per dimostrare che pace e riforme sono possibili sotto l'imperialismo.

Le decine di milioni di cadaveri e di mutilati che la guerra ha lasciato dietro di sé - una guerra fatta per decidere quale dei due gruppi di banditi della finanza, l'inglese o il tedesco, dovesse avere la parte del leone - insieme con i due "trattati di pace" che la seguirono - aprono gli occhi, con una rapidità mai vista, a milioni e decine di milioni di uomini oppressi, schiacciati, ingannati, turlupinati dalla borghesia. Sulla rovina mondiale causata dalla guerra si è sviluppata così una crisi rivoluzionaria mondiale che, quali che possano essere le sue vicende, siano pure esse lunghe e faticose, potrà sboccare soltanto in una rivoluzione proletaria e nella sua vittoria.

Il Manifesto di Basilea della II Internazionale che nel 1912 formulò un giudizio sul carattere della guerra che poi scoppiò nel 1914 - e non sulla guerra in generale (guerre di diverso tipo e anche rivoluzionarie) - resterà come il monumento che svela tutto il vergognoso fallimento, tutta la viltà degli eroi della II Internazionale.

Io lo ripeto in appendice alla presente edizione e rammento ancora una volta ai lettori che gli eroi della II Internazionale ignorano accuratamente tutti i passi del Manifesto che trattano in modo chiaro, preciso, inequivocabile, del nesso tra la guerra imminente e la rivoluzione proletaria, con la stessa cura con cui un ladro evita il luogo nel quale ha commesso il furto.

IV

In quest'opuscolo è stata rivolta particolare attenzione alla critica del "kautskismo", corrente internazionale di idee rappresentata in tutti i paesi del mondo dai teorici più in vista, dai capi della Il Internazionale (in Austria Otto Bauer e C.; in Inghilterra Ramsay MacDonald, ecc.; in Francia Albert Thomas e C.) e da una infinità di socialisti, riformisti, pacifisti, democratici borghesi e preti.

Questa corrente di idee è per un verso il prodotto della decomposizione, della putrefazione della II Internazionale e per un altro il risultato inevitabile dell'ideologia dei piccolo-borghesi che tutto il modo di vivere tiene prigionieri dei pregiudizi democratici e borghesi.

Queste concezioni di Kautsky e simili costituiscono l'abiura di tutti i princìpi rivoluzionari del marxismo difesi dallo stesso Kautsky per decenni, specialmente nella lotta contro l'opportunismo socialista (Bernstein, Millerand, Hyndman, Gompers, ecc.). Non è dunque un puro caso che i seguaci di Kautsky di tutto il mondo si sono ora praticamente e politicamente uniti agli opportunisti estremi (attraverso la II Internazionale o Internazionale gialla) e con i governi borghesi (attraverso i gabinetti borghesi di coalizione con la partecipazione di socialisti).

Il movimento rivoluzionario del proletariato che si sviluppa in tutto il mondo e il movimento comunista in particolare non possono astenersi dall'analizzare e smascherare gli errori teorici del kautskismo, tanto più che il pacifismo e la "democrazia" in generale, correnti che non avanzano pretese di marxismo, tentano in tutto e per tutto allo stesso modo di Kautsky e C. di nascondere la profondità delle contraddizioni dell'imperialismo e l'inevitabilità della crisi rivoluzionaria a cui danno vita queste contraddizioni. E poiché queste correnti sono ancora largamente diffuse in tutto il mondo, il partito del proletariato ha il dovere di combattere queste tendenze per strappare alla borghesia i milioni di piccoli proprietari da essa ingannati e i milioni di lavoratori le cui condizioni di vita sono più o meno piccolo-borghesi.

V

Occorre aggiungere qualche parola a proposito del capitolo 8: "Parassitismo e putrefazione del capitalismo".

Come già rilevato nel testo Hilferding - ex "marxista", oggi commilitone di Kautsky e uno dei rappresentanti principali della politica borghese e riformista in seno al Partito socialdemocratico indipendente tedesco (3) - aveva fatto in proposito un passo indietro rispetto all'inglese Hobson, pacifista e riformista dichiarato. La scissione internazionale del movimento operaio si è ormai rivelata in pieno (II e III Internazionale). La lotta armata e la guerra civile tra le due correnti sono ormai un dato di fatto: in Russia, l'appoggio dato dai menscevichi e dai socialisti-rivoluzionati a Kolciak e Denikin contro i bolscevichi; la lotta che gli Scheidemann, i Noske e C. alleati della borghesia hanno condotto in Germania contro gli spartachisti;(4) la stessa cosa in Finlandia, in Polonia, in Ungheria, ecc. Dov'è la base economica di questo fenomeno di portata storica mondiale?

Precisamente essa si trova nel parassitismo e nella putrefazione del capitalismo, propri della sua fase suprema di sviluppo storico: l'imperialismo. Il presente libro dimostra come il capitalismo ha espresso un pugno (meno di un decimo della popolazione complessiva del globo e - a voler essere "prodighi" ed esagerando - sempre meno di un quinto) di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo mediante il semplice "taglio delle cedole". L'esportazione dei capitali fa realizzare un guadagno che si aggira annualmente sugli 8-10 miliardi di franchi, secondo i prezzi e le statistiche borghesi prebellici. Ora tale guadagno è senza dubbio incomparabilmente maggiore.

Ben si comprende che da questo gigantesco sovrapprofitto - così chiamato perché si realizza all'infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del "proprio" paese - è possibile trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell'aristocrazia operaia. Ed è proprio quanto i capitalisti dei paesi "avanzati" stanno facendo: stanno corrompendo questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati.

E questo strato di operai imborghesiti o aristocrazia operaia, completamente piccolo-borghese per il suo modo di vita, per i salari percepiti, per la sua filosofia di vita, costituisce il puntello principale della Il Internazionale e ai nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri e propri commessi della classe capitalista nel campo operaio (labour lieutenants of the capitalist class), veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente e in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei "versagliesi" contro i "comunardi".

Se non si comprendono le radici economiche del fenomeno, se non se ne valuta l'importanza politica e sociale, non è possibile fare nemmeno un passo verso la soluzione dei problemi pratici del movimento comunista e della imminente rivoluzione sociale.

L'imperialismo è la vigilia della rivoluzione sociale del proletariato. A partire dal 1917 se ne è avuta la conferma in tutto il mondo.

N. Lenin - 6 luglio 1920


1. Scritto a Zurigo nel gennaio-giugno 1916.

Lenin cominciò a prendere nota dei nuovi sviluppi nel capitalismo molto prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. In molti suoi scritti dal 1895 al 1913 - quali Progetto e spiegazione del programma del partito socialdemocratico (1895-1896, vol. 2), La guerra cinese (1900, vol. 4), Gli insegnamenti della crisi (1901, vol. 5), Rassegna di politica interna (1901, vol. 5), La concentrazione della produzione in Russia (1912, vol. 18), Intorno ad alcuni discorsi dei deputati operai (1912, vol. 18), Lo sviluppo della ricchezza capitalista (1913, vol. 19), Europa arretrata e Asia avanzata (1913, vol. 19), I destini storici della dottrina di Karl Marx (1913, vol. 18) e altri - Lenin indicò e analizzò alcuni aspetti caratteristici dell’epoca imperialista come la concentrazione della produzione e lo sviluppo del monopolio, l’esportazione di capitali, la lotta per nuovi mercati e le sfere d’influenza, l’internazionalizzazione delle relazioni economiche, il parassitismo e la putrefazione del capitalismo, lo sviluppo delle contraddizioni tra lavoro e capitale, l’acuirsi della lotta di classe e la creazione delle condizioni materiali per la transizione al socialismo.

Egli ha dedicato particolare attenzione a esporre la predatoria politica coloniale, la lotta per la spartizione e ripartizione del mondo e la preparazione delle guerre imperialiste di espansione.

Nel suo articolo Marxismo e revisionismo (vol. 15), scritto nel 1908, si pronuncia contro i tentativi di rivedere il marxismo e indebolirlo dall’interno dietro il pretesto di correggere la teoria nel particolare, cioè la teoria della crisi di Marx. Lenin scrisse: “Le forme, l’ordine, l’immagine delle crisi particolari è cambiata, ma le crisi restano una componente inevitabile del sistema capitalista. Mentre unificano la produzione, allo stesso tempo e in maniera ovvia per chiunque i cartelli e i trust aggravano l’anarchia della produzione, l’insicurezza dell’esistenza del proletariato e l’oppressione del capitale, quindi intensificano gli antagonismi di classe a livelli mai visti. Che il capitalismo sta portando alla disgregazione - sia nel senso delle singole crisi politiche ed economiche che del totale collasso dell’intero sistema capitalista - specificamente per mano di trust giganteschi è molto chiaro.”

Lenin si mantenne al corrente degli ultimi scritti sul capitalismo, come si può vedere dalla sua recensione di L’evoluzione del moderno capitalismo di Hobson. Nell’agosto 1904 Lenin cominciò la traduzione del libro Imperialismo di Hobson, il cui manoscritto non è stato ancora trovato.

A ridosso dello scoppio della Prima Guerra Mondiale Lenin avviò uno studio complessivo della fase monopolista dello sviluppo capitalista: questo esigeva la lotta rivoluzionaria della classe operaia in Russia e negli altri paesi capitalisti. Per dare una corretta direzione al movimento rivoluzionario e combattere contro l’ideologia della reazione imperialista e la politica riformista di conciliazione con gli imperialisti, era necessario orientarsi sulle questioni economiche importanti, senza uno studio delle quali non c’era alcuna comprensione e valutazione della guerra e della politica moderne, cioè della sostanza economica dell’imperialismo.


2. Questa prefazione venne pubblicata per la prima volta nella rivista Kommunisticeski Internatsional, n. 18, ottobre 1921, con il titolo Imperialismo e capitalismo.


3. Il Partito socialdemocratico indipendente tedesco era un partito centrista fondato nell’aprile 1917. La sua maggioranza era composta da membri dell’“Associazione del lavoro” kautskiana. Nell’ottobre 1920, al congresso di Halle, si ebbe una scissione e la maggioranza, nel dicembre 1920, passò al Partito Comunista Tedesco. Gli elementi di destra rimasero in quel partito, esistito fino al 1922, di cui conservarono il nome.


4. Gli spartachisti erano i membri della “Lega spartachista” fondata durante la Prima Guerra Mondiale. All’inizio della guerra i socialdemocratici tedeschi di sinistra avevano fondato il gruppo dell’“Internazionale”, diretto da Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg, Franz Mehring, Clara Zetkin, Julian Marchlewski, Leo Jogisches e Wilhelm Pieck. Dal 1916, il gruppo dell’“Internazionale”, oltre ai volantini politici che stampò dal 1915, cominciò la pubblicazione illegale e la diffusione delle Lettere politiche firmate Spartaco (pubblicate regolarmente fino a ottobre 1918). Da qui il nome di Lega spartachista.

Condussero la propaganda rivoluzionaria tra le masse, organizzarono azioni di massa contro la guerra, condussero scioperi, esposero la natura imperialista della guerra mondiale e l’imbroglio dei dirigenti opportunisti socialdemocratici. Tuttavia, commisero seri errori teorici e politici: negarono la possibilità delle guerre di liberazione nazionale nell’epoca imperialista, assunsero una posizione inconsistente sulla parola d’ordine “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”, sottovalutarono il ruolo del partito proletario come avanguardia della classe operaia, sottovalutarono i contadini come alleato del proletariato ed ebbero paura a rompere con gli opportunisti. Lenin criticò ripetutamente i loro errori (vedi A proposito dell’opuscolo di Junius (vol. 22), Una caricatura del marxismo e l’“imperialismo economicista” (vol. 23), ecc.).

Nell’aprile 1917, la Lega spartachista si unì al Partito socialdemocratico indipendente tedesco, ma restò indipendente sul piano organizzativo. Durante la rivoluzione in Germania nel novembre 1918, gli spartachisti pubblicarono il loro programma (14 dicembre) e ruppero con gli indipendenti. Tra il 30 dicembre 1918 e il 1 gennaio 1919 fondarono il Partito Comunista Tedesco.



Introduzione

Negli ultimi quindici-venti anni e specialmente dopo la guerra ispano-americana (1898) e la guerra anglo-boera (1899-1902), nella pubblicistica tanto economica quanto politica del vecchio e del nuovo mondo, ricorre sempre più di frequente il termine di "imperialismo" per qualificare l'epoca in cui noi viviamo. Nel 1902 fu pubblicata a Londra e a New York l'opera dell'economista inglese J. A. Hobson, intitolata appunto Imperialismo. In essa l'autore, che condivide le teorie del socialriformismo borghese e del pacifismo - cioè una concezione sostanzialmente identica a quella attuale dell'ex marxista K. Kautsky - fa un'ottima e circostanziata esposizione delle fondamentali caratteristiche economiche e politiche dell'imperialismo. Nel 1910 comparve a Vienna l'opera del marxista austriaco Rudolf Hilferding, intitolata Il capitale finanziario. Quest'opera, nonostante l'erroneità dei concetti dell'autore nella teoria della moneta e nonostante una certa tendenza a conciliare il marxismo con l'opportunismo, offre una preziosa analisi teorica "sulla ultima fase di sviluppo del capitalismo", come dice il sottotitolo del libro di Hilferding. Tutto ciò che è stato detto in questi ultimi anni sull'imperialismo - particolarmente nell'infinita congerie di articoli di riviste e di giornali che trattano questo tema, come pure nelle risoluzioni dei congressi di Chemnitz e di Basilea nell'autunno del 1912 - non esce, in realtà, dall'ambito delle idee esposte o, più esattamente, riassunte dai due autori sopra citati...

Nelle pagine seguenti noi vogliamo fare il tentativo di esporre brevemente e in forma quanto più semplice possibile il nesso e i rapporti reciproci tra le caratteristiche economiche fondamentali dell'imperialismo. Non ci occuperemo, benché lo meritino, dei lati non economici del problema.



1. La concentrazione della produzione e i monopoli

Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è costituito dall'immensa crescita dell'industria e dal rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie. Gli ultimi censimenti industriali offrono ragguagli completi e esatti su tale processo.

In Germania, per esempio, su ogni mille imprese industriali si avevano nel 1882 tre grandi aziende, cioè con più di 50 operai, sei nel 1895, nove nel 1907. Erano dipendenti dalle grandi aziende, rispettivamente il 22%, il 30% e il 37% di tutti gli operai. La produzione si concentra molto più intensamente rispetto agli operai, essendo molto più produttivo il lavoro nelle grandi aziende, come è dimostrato dai dati sulle macchine a vapore e sui motori elettrici. Se teniamo conto di tutto ciò che in Germania è designato come industria, nel senso più ampio della parola, includendovi il commercio, i mezzi di comunicazione, ecc., otteniamo il quadro seguente:

 


Numero

Milioni

di operai

Forza-vapore

in milioni di cavalli

Elettricità in

milioni di chilowatt

Imprese in generale

3.265.623

14,4

8,8

1,5

Grandi aziende

30.588

5,7

6,6

1,2

Percentuale

0,9

39,4

75,3

80


Meno di una centesima parte delle aziende dispone di più di tre quarti della quantità totale della forza-vapore e dell'energia elettrica! Alle 2.970.000 piccole aziende (con non più di cinque operai) che costituiscono il 91% del numero totale delle aziende, spetta in tutto il 7% della forza-vapore e dell'energia elettrica! Alcune decine di migliaia di grandi aziende sono tutto, milioni di piccole aziende niente.

Nel 1907 vi erano in Germania 586 aziende con mille e più operai ed esse disponevano di quasi un decimo (1.380.000) del numero complessivo degli operai e di quasi un terzo (32%) del totale di forza-vapore e di energia elettrica.(*)

(*) Le cifre sono prese dagli Annalen des Deutschen Reichs, 1911, Zahn, pp. 165-169.


Come vedremo, il capitale monetario e le banche rendono ancora più opprimente, nel senso letterale della parola, questa preponderanza di un piccolo gruppo di grandi aziende; cioè milioni di piccoli, medi e, in parte, perfino alcuni dei grandi "padroni" si trovano interamente soggetti a poche centinaia di finanzieri milionari.

Negli Stati Uniti d'America, un altro paese avanzato del moderno capitalismo, è ancora più rapido il processo di concentrazione della produzione. Qui la statistica distingue l'industria in senso stretto e raggruppa le aziende secondo il valore della produzione annua. Annoverando tra le grandi aziende tutte le imprese aventi una produzione annua di oltre un milione di dollari, abbiamo il seguente quadro:


Numero

Milioni di lavoratori

Produzione annua

in miliardi di dollari

1904

 

 

 

Imprese in generale

216.180

5,5

14,8

Grandi aziende

1.900

1,4

5,6

Percentuale

0,9

25,6

38

1909

 

 

 

Imprese in generale

268.491

6,6

20,7

Grandi aziende

3.060

2,0

9,0

Percentuale

1,1

30,5

43,8 (*)


(*) Statistical Abstract of the United States, 1912, p. 202.


Quasi la metà dell'intera produzione di tutte le imprese del paese è nelle mani di una centesima parte del numero complessivo delle aziende! E queste 3.000 aziende gigantesche lavorano in 268 rami dell'industria. Da ciò risulta che la concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione conduce, per così dire, automaticamente al monopolio. Infatti riesce facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi mentre, d'altro lato, sono appunto le grandi dimensioni delle rispettive aziende che rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio. Questa trasformazione della concorrenza nel monopolio rappresenta uno dei fenomeni più importanti, forse anzi il più importante nella economia del capitalismo moderno e noi non possiamo fare a meno di esaminarla ampiamente. Ma anzitutto dobbiamo eliminare un possibile equivoco.

La statistica americana parla di 3.000 imprese gigantesche in 250 rami industriali, sicché a ciascun ramo industriale spetterebbe soltanto una dozzina di grandi imprese.

Ma così non è in realtà. Non in tutti i rami industriali esistono grandi aziende e inoltre una delle più importanti caratteristiche del capitalismo giunto al suo massimo grado di sviluppo è costituita dalla cosiddetta associazione, cioè dall'unione in un'unica impresa di diversi rami industriali, sia che si tratti di fasi successive della lavorazione delle materie prime (per esempio, estrazione della ghisa dal minerale di ferro, produzione dell'acciaio ed eventualmente fabbricazione di prodotti diversi in acciaio), sia che si tratti di rami industriali ausiliari l'uno rispetto all'altro (per esempio, la lavorazione di cascami e di sottoprodotti, la fabbricazione di materiali da imballaggio, ecc.).

Scrive Hilferding: "Peraltro l'associazione: a) livella le differenze congiunturali, garantendo così una maggiore stabilità al saggio di profitto dell'impresa associata; b) determina l'eliminazione del commercio; c) amplia le possibilità di progresso tecnico favorendo con ciò il conseguimento di sovrapprofitti rispetto all'impresa non associata; d) nella lotta concorrenziale, rafforza la posizione dell'impresa associata contro l'impresa non associata durante i periodi di forte depressione, quando cioè la caduta del prezzo della materia prima non è proporzionale a quella del prezzo del prodotto finito."(*)

(*) Rudolf Hilferding, Il capitale finanziario, 2a ed., p. 254.


L'economista borghese tedesco Heymann nel suo libro sulle imprese "miste", cioè associate, nell'industria siderurgica tedesca, scrive: "Le imprese semplici sono schiacciate tra l'alto prezzo dei materiali e il basso prezzo dei prodotti fabbricati..." Quindi, abbiamo il quadro seguente: "Sono sopravvissute da un lato le grandi compagnie carbonifere, con una produzione di milioni di tonnellate, saldamente organizzate nei consorzi {“syndicate” in inglese} del carbone e dall'altro le grandi fabbriche siderurgiche, unite nel consorzio dell'acciaio; fra i due gruppi vi sono legami strettissimi. Queste gigantesche imprese con la loro produzione annua di 400.000 tonnellate d'acciaio, che implica un'enorme produzione degli altiforni, di carbone, di minerale di ferro, con una enorme fabbricazione di articoli di acciaio, con i loro 10.000 operai accasermati nei quartieri delle fabbriche in parte già provviste di proprie ferrovie e porti, sono le rappresentanti tipiche dell'industria siderurgica tedesca. E la concentrazione avanza sempre, senza sostare mai.

Le singole aziende s'ingrandiscono incessantemente; sempre più numerose sono le aziende dello stesso ramo di industria o di rami diversi, che si fondono insieme in imprese gigantesche, aventi il loro sostegno e la loro direzione in una mezza dozzina di grandi banche di Berlino. Per quanto concerne l'industria mineraria tedesca si è dimostrata esatta la teoria di Karl Marx sulla concentrazione; vero è che ciò si riferisce a un paese nel quale l'industria è difesa dai dazi protettivi e da speciali tariffe di trasporto. L'industria mineraria tedesca è matura per l'espropriazione."(*)

(*) Hans Gideon Heymann, Die gemischten Werke im deutschen Grosseisengewerbe, Stoccarda, 1904, pp. 256 e 278.


Questa è la conclusione, a cui è dovuto giungere un coscienzioso (in via eccezionale) economista borghese.

Occorre notare che egli colloca la Germania in una categoria speciale per gli alti dazi che proteggono le sue industrie. Ma questa è una circostanza che solo accelera la concentrazione e la formazione di associazioni monopoliste degli imprenditori, di cartelli, di consorzi, ecc. È di grande importanza il fatto che nell’Inghilterra liberoscambista anche la concentrazione conduce al monopolio, sebbene un po' più tardi e forse in forma diversa.

Il professor Hermann Levy, nel suo specifico studio intitolato Monopoli, cartelli e trust, basato sui dati relativi allo sviluppo economico della Gran Bretagna, scrive quanto segue: "In Gran Bretagna sono precisamente la grandezza dell'impresa e lo sviluppo della sua potenzialità le cause che racchiudono in sé la tendenza monopolista. Da una parte la concentrazione ha portato ad investire in ogni impresa capitali enormi, perciò le nuove imprese s'imbattono in sempre maggiori necessità di capitale e questo intralcia il loro sorgere. D'altra parte (e questo ci sembra il punto più importante) ogni nuova impresa, che voglia stare alla pari con le gigantesche imprese già esistenti, formatesi con un processo di concentrazione, deve aumentare la quantità dei prodotti offerti a un punto tale che o interviene un enorme aumento della domanda il quale permetta di smerciarli con profitto, o ne deriva un abbassamento immediato dei prezzi a un livello non redditizio sia per la nuova impresa, che per le vecchie associazioni monopoliste."

A differenza di altri paesi, dove il movimento di concentrazione è favorito dagli alti dazi protettivi, in Gran Bretagna le associazioni monopoliste di imprenditori, i cartelli e i trust sorgono, in linea generale, soltanto quando le principali imprese concorrenti sono ridotte a un "paio di dozzine o giù di lì". "Qui l'influenza della concentrazione sulla formazione dei monopoli nella grande industria appare con evidenza cristallina."(*)

(*) Hermann Levy, Monopole, Kartelle und Trusts, Jena, 1909, pp. 286, 290, 296.


Quando Marx mezzo secolo fa scriveva Il capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una "legge naturale". La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura del silenzio l'opera di Marx che, mediante l'analisi teorica e storica del capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza dà origine alla concentrazione della produzione e come questa, a sua volta, a un certo grado di sviluppo, conduce al monopolio.

Oggi il monopolio è una realtà. Gli economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni del monopolio e nondimeno proclamano in coro che il "marxismo è confutato". Ma i fatti sono ostinati - dicono gli inglesi - e con essi, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti. I fatti provano che le differenze tra i singoli paesi capitalisti, per esempio in rapporto al protezionismo e alla libertà degli scambi, determinano soltanto differenze non essenziali nelle forme del monopolio o nel momento in cui appare, ma il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione è in linea generale legge universale e fondamentale dell'odierna fase di sviluppo del capitalismo.

Per l'Europa si può stabilire con una certa esattezza l'epoca in cui il nuovo capitalismo ha sostituito definitivamente il vecchio: fu all'inizio del ventesimo secolo. In un recentissimo compendio della storia della "formazione dei monopoli" leggiamo: "Si possono trovare esempi isolati di monopoli capitalisti già nel periodo anteriore al 1860 e in essi si può scoprire l'embrione delle forme che oggi ci sono diventate così abituali; ma questa è senza dubbio la preistoria. Il vero inizio dei moderni monopoli risale al massimo al decennio che va dal 1860 al 1870. Il primo loro grande periodo di sviluppo è connesso alla grande depressione internazionale degli anni settanta e giunge fino al 1890. Considerando soltanto l'Europa, la libera concorrenza è al suo apogeo nel 1860-1880. In questo periodo l'Inghilterra termina di organizzare il suo capitalismo vecchio stile. In Germania tale organizzazione si faceva strada impetuosamente, in lotta con l'artigianato e con l'industria domestica e cominciava a crearsi sue forme d'esistenza."

"Il grande rivolgimento ebbe inizio col crac del 1873 o più esattamente con la depressione che lo seguì la quale, tranne una appena sensibile interruzione all'inizio degli anni '80 e lo slancio poderosissimo ma di breve durata verso il 1889, per circa 22 anni riempie la storia dell'economia europea. Nel breve periodo di ascesa del 1889-1890 fu largamente adoperata l'organizzazione dei cartelli per sfruttare la congiuntura favorevole. Una politica poco oculata spinse i prezzi rapidamente più in alto di quanto sarebbe avvenuto senza i cartelli e quasi tutti questi cartelli andarono a finire ingloriosamente nella tomba del crac. Seguì un altro lustro di scarsa attività e di bassi prezzi, ma ormai nell'industria lo stato d'animo era mutato. Non si considerava più lo depressione come qualche cosa di naturale, bensì come un periodo di pausa precedente un nuovo periodo di ascesa."

"Lo sviluppo dei cartelli entrò allora nel secondo periodo. Non sono più un fenomeno transitorio, ma una delle basi di tutta la vita economica. Essi conquistano una sfera dell'industria dopo l'altra e anzitutto l'industria della lavorazione delle materie prime. Già all'inizio dell'ultimo decennio del secolo scorso, i cartelli avevano elaborato nei consorzi del coke, sul modello del quale fu più tardi costituito quello del carbon fossile, una tecnica consorziale oltre la quale, in fondo, il movimento di concentrazione non è mai andato nemmeno successivamente. Il grande slancio degli affari verso la fine del secolo e la crisi del 1900-1903 si svolsero interamente, almeno nelle industrie minerarie e siderurgiche, per la prima volta sotto il segno dei cartelli. E se ciò allora era considerato come una novità, nel frattempo è divenuto evidente nella coscienza di tutti il fatto che grandi parti della vita economica sono state sistematicamente sottratte alla libera concorrenza."(*)

(*) H. Vogelstein, Die finanzielle Organisation der kapitalistischen Industrie und die Monopolbildungen, nel Grundriss der Sozialökonomik, Tübingen, 1914, VI sez., p. 232 e seguenti; si veda lo stesso autore in Kapitalistische Organisationsformen in der modernen Grossindustrie, vol. I, Organisationsformen der Eisendustrie und der Textilindustrie in England und Amerika, Lipsia, 1910.


Pertanto, le fasi fondamentali della storia dei monopoli sono le seguenti:

1) 1860-1870, la fase superiore, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono in una fase difficilmente distinguibile, embrionale;

2) dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l'eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione;

3) ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo.

I cartelli si mettono d'accordo sulle condizioni di vendita, i termini di pagamento, ecc. Si ripartiscono i mercati, stabiliscono la quantità delle merci da produrre, fissano i prezzi, ripartiscono i profitti tra le singole imprese, ecc.

In Germania il numero dei cartelli ascendeva a circa 250 nel 1896, a 385 nel 1905 e vi partecipavano circa 12.000 aziende.(*)

(*) Dr. Riesser, Die deutschen Grossbanken und ihre Konzentration im Zusammenhange mit der Entwicklung der Gesamtwirtschalt in Deutschand, 4a ed., 1912, pp. 148-149; R. Liefmann, Kartelle und Trusts und die Weiterbildung der volkswirtschaftlichen Organisation, 2a ed., 1910, p. 25.


Ma è generalmente ammesso che queste cifre restano al disotto del vero. Dai dati sopra riportati della statistica industriale tedesca per il 1907 risulta che 12.000 grandi aziende disponevano certamente di oltre la metà dell'intera forza-vapore e dell'energia elettrica. Negli Stati Uniti d'America il numero dei trust ammontava nel 1900 a 185, nel 1907 a 250. La statistica americana suddivide tutte le imprese industriali secondo che esse appartengono a singoli, a ditte private o a società per azioni. A queste ultime apparteneva nel 1904 il 23,6% nel 1909 il 25,9%, vale a dire più di un quarto del numero totale delle imprese. Queste aziende occupavano nel 1904 il 70,6% nel 1909 il 75,6% (vale a dire i tre quarti) del numero totale degli operai e la loro produzione ascendeva rispettivamente a 10 miliardi e 900 milioni di dollari e a 16 miliardi e 300 milioni, vale a dire al 73,7% e 79% del valore totale della produzione degli Stati Uniti.

I cartelli e i trust concentrano nelle proprie mani perfino i sette od otto decimi dell'intera produzione di un determinato ramo industriale. Il consorzio carbonifero renano-vestfalico nel 1893, anno della loro fondazione, fornivano 1'86,7% e nel 1910 già il 95,4% dell'intera produzione di carbone della regione.(*)

(*) Dr. Fritz Kestner, Der Organisationswang. Eine Untersuchung über die Kämpfe zwischen Kartellen und Aussenseitern, Berlino, 1912, p. 1l.


Il monopolio in tal modo creatosi assicura profitti giganteschi e conduce alla formazione di unità tecniche di produzione di enormi dimensioni. Il famoso trust del petrolio degli Stati Uniti (Standard Oil Company) fu fondato nel 1900: "Il suo capitale autorizzato ammontava a 150 milioni di dollari. Furono emessi 100 milioni di dollari di azioni common (semplici) e 106 milioni di dollari di azioni preferred (privilegiate). A queste sono stati pagati, tra il 1900 e il 1907, i seguenti dividendi: 48%, 48%, 45%, 44%, 36%, 40%, 40%, 40%; in tutto 367 milioni di dollari. Tra il 1882 e la fine del 1906 sugli 889 milioni di dollari di utile netto conseguiti, vennero ripartiti 606 milioni di dividendi e il resto assegnato alle riserve."(*)

(*) R. Liefmann, Beteiligungs und Finanzierungsgesellschaften. Eine Studie über den modernen Kapitalismus und das Effektenwesen, Jena, 1909, p. 212.


"Nel 1907, nel complesso delle imprese della United States Steel Corporation (il trust dell'acciaio) erano occupati non meno di 210.180 operai e impiegati. La più importante impresa mineraria tedesca, la Gelsenkirchener Bergwerksgesellschaft aveva alle sue dipendenze nel 1908 46.048 operai e impiegati."(*)

(*) R. Liefmann, Beteiligungs..., p. 218.


Già nel 1902 il trust americano dell'acciaio produceva 9 milioni di tonnellate di acciaio.(*)

(*) Dr. Tschierschky, Kartelle und Trusts, Gottingen, 1903, p. 13.


La sua produzione ascendeva nel 1901 al 66,3%, nel 1908 al 56,1% dell'intera produzione di acciaio degli Stati Uniti (*) e negli stessi anni esso estraeva rispettivamente il 43,9% e 46,3% del minerale di ferro.

(*) H. Vogelstein, Organisationsformen, p. 257.


Il rapporto della commissione governativa americana sui trust dichiara: "La superiorità dei trust sui loro concorrenti si fonda sulla grandezza delle loro imprese e sulla loro eccellente attrezzatura tecnica. Fin dalla sua fondazione, il trust del tabacco è stato guidato dal proposito di sostituire, dovunque era possibile, le macchine al lavoro manuale. A tal fine esso ha acquistato, spendendo somme enormi, tutti i brevetti che in qualche maniera avevano rapporto con la lavorazione del tabacco. Molti di tali brevetti originariamente non erano utilizzabili e lo divennero solo dopo esser stati perfezionati dagli ingegneri del trust. Alla fine del 1906 furono create due società filiali col solo compito di accaparrare brevetti. Allo stesso fine il trust ha impiantato proprie fonderie e officine per la costruzione e riparazione di macchine. Una di queste officine, quella di Brooklyn, impiega in media 300 operai; qui vengono sperimentate e all'occorrenza perfezionate le invenzioni per fabbricare sigarette, piccoli sigari, tabacco da fiuto, involucri di stagnola per la confezione dei pacchetti…"(*)

(*) Report of the Commission of Corporations on the Tobacco Industry, Washington, 1909, p. 266. Citato dal libro: Dr. Paul Tafel, Die nordamerikanischen Trusts und ibre Wirkungen aul den Fortschritt der Technik, Stoccarda, 1913, p. 48.


"Anche altri trust, oltre ai predetti, impiegano i cosiddetti development engineers (ingegneri per lo sviluppo della tecnica), che hanno l'incarico di creare nuovi procedimenti di lavorazione e di sperimentare invenzioni e miglioramenti tecnici.

Il trust dell'acciaio paga lauti premi agli ingegneri e agli operai autori di invenzioni atte a elevare l'efficienza tecnica dell'azienda o a ridurre i costi di produzione."(*)

(*) Tafel, op. cit., pp. 48-49.


In maniera analoga è organizzato il ramo dei perfezionamenti tecnici nella grande industria tedesca, per esempio nella industria chimica, che negli ultimi decenni si è così poderosamente sviluppata. In questa industria, già fin dal 1908 il processo di concentrazione della produzione ha dato origine a due "gruppi" che, in modo loro proprio, avevano la natura del monopolio. Dapprima questi gruppi erano "duplici alleanze" di due paia di grandi aziende, con un capitale da 20 a 21 milioni di marchi per ciascuna; da un lato la fabbrica di colori ex Meister a Hochst e quella di Casella e Co. a Francoforte sul Meno; dall'altro la fabbrica di anilina e di soda di Ludwigshafen e la fabbrica ex Bayer e Co. di Elberfeld. In seguito, il primo gruppo nel 1905 e l'altro nel 1908 si accordarono ciascuno con un'altra grande azienda e così sorsero due "triplici alleanze", con capitale ciascuna da 40 a 50 milioni di marchi e tra queste due "alleanze" sono già iniziati dei "contatti" per raggiungere un "accordo" sui prezzi, ecc.(*)

(*) Riesser, op. cit., 3a ed., 1910, pp. 547-548. Nel giugno 1916 i giornali tedeschi davano notizia di un nuovo gigantesco trust della industria chimica tedesca.


La concorrenza conduce al monopolio. Ne risulta un immenso processo di socializzazione della produzione. In particolare è socializzato il processo delle invenzioni tecniche e dei miglioramenti.

Ciò è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra produttori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le fonti vengono accaparrate da colossali consorzi monopolisti. Si calcola approssimativamente la capacità dei mercati che viene "ripartita" tra i consorzi in base ad accordi. La mano d'opera qualificata è monopolizzata, i migliori tecnici sono accaparrati, i mezzi di comunicazione e di trasporto - le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa - sono conquistati. Il capitalismo, nella sua fase imperialista, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; per così dire trascina i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa.

La produzione è socializzata, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione è resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile.

L'economista tedesco Kestner ha dedicato un suo lavoro alla "lotta tra i cartelli e gli autonomi", cioè i capitalisti non aderenti ai cartelli. Egli ha intitolato la sua opera La costrizione all'organizzazione, invece avrebbe dovuto parlare, per presentare il capitalismo nella sua vera luce, di una costrizione alla sottomissione ai consorzi monopolisti.

È istruttivo dare almeno uno sguardo all'elenco dei metodi dell'odierna, moderna e civile lotta per "l'organizzazione" a cui ricorrono i consorzi monopolisti. Essi sono:

1) interruzione delle forniture di materie prime (..."uno dei più importanti metodi coercitivi per far entrare nei cartelli");

2) interruzione della fornitura di mano d'opera mediante "alleanze" (cioè accordi tra capitalisti e consorzi per cui questi ultimi obbligano i loro membri a lavorare soltanto per le imprese dei cartelli);

3) interruzione dei trasporti;

4) interruzione di sbocchi commerciali;

5) accaparramento dei clienti mediante clausole di esclusività;

6) sistematico abbassamento dei prezzi allo scopo di rovinare le aziende degli "autonomi", cioè quelli che non si sottomettono ai monopolisti; si gettano via dei milioni vendendo per qualche tempo al di sotto del prezzo di costo (per la benzina sono stati registrati casi di riduzione da 40 a 22 marchi, cioè quasi della metà);

7) interruzione del credito;

8) boicottaggio.

Questa non è più concorrenza tra aziende piccole e grandi, tra aziende tecnicamente arretrate e aziende progredite, ma lo strangolamento, per opera dei monopoli, di chiunque tenti di sottrarsi ad esso, alla sua oppressione, al suo arbitrio. Ecco come si rispecchia questo processo nella mente dell'economista borghese: "Anche in seno all'attività puramente economica - scrive Kestner - si verifica un certo spostamento dall'attività mercantile, nel vecchio senso della parola, all'attività organizzativa e speculativa. Quello che riesce meglio, non è più il commerciante il quale, sulla base della sua esperienza tecnica e commerciale, conosce esattamente i bisogni della clientela e giunge a trovare e, per così dire, a "scovare" una domanda latente, bensì il genio [?!] speculativo, che è capace di calcolare in precedenza o anche soltanto di presentire lo sviluppo organizzativo, la possibilità di rapporti delle singole imprese, tra loro e con le banche..."

Tutto ciò, tradotto in parole povere, significa più o meno questo: l'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. Vedremo in seguito come, "su questa base", la critica piccolo-borghese e reazionaria dell'imperialismo capitalista sogna un ritorno indietro, alla "libera", "pacifica", "onesta" concorrenza.

Kestner dice: "Sinora un durevole elevamento di prezzi, come effetto della formazione dei cartelli, si può constatare solo per i più importanti mezzi di produzione, specie il carbone, il ferro e il potassio, mai invece per i prodotti finiti. Anche l'aumento dei profitti, connesso ai cartelli, è rimasto similmente circoscritto all'industria dei mezzi di produzione. Questa osservazione va estesa nel senso che, per effetto della formazione dei cartelli, l'industria di lavorazione delle materie prime (e non dei prodotti semilavorati) non solo consegue vantaggi in forma di alti profitti a danno dell'industria dei prodotti lavorati, ma ha acquistato verso quest'ultima una posizione dominante, ignota al tempo della libera concorrenza."(*)

(*) Kestner, op. cit., p. 254.


Le parole in corsivo chiariscono l'essenza della questione, che gli economisti borghesi ammettono così di rado e malvolentieri e che gli odierni difensori dell'opportunismo, Karl Kautsky in testa, cercano con grande zelo di passare sotto silenzio e di mettere in disparte. La dominazione e la violenza ad esso collegata: ecco ciò che costituisce la caratteristica tipica dell'"ultima fase di evoluzione del capitalismo", ciò che doveva inevitabilmente scaturire ed è infatti scaturito dalla formazione degli onnipotenti monopoli economici.

Vorrei dare un altro esempio ancora dei metodi impiegati dai cartelli. Là dove si possono metter le mani su tutte o sulle principali fonti di materie prime, i cartelli nascono e i monopoli si formano con particolare facilità. Tuttavia sarebbe erroneo credere che i monopoli non sorgano anche in altri rami industriali, dove è impossibile impossessarsi delle fonti delle materie prime. L'industria del cemento trova le sue materie prime dappertutto: nondimeno essa in Germania è fortemente associata in cartelli. Gli opifici sono riuniti in consorzi regionali, come quello della Germania meridionale, quello renano-vestfalico, ecc. Sono stabiliti prezzi monopolisti da 230 a 280 marchi al vagone, mentre il costo di produzione è di appena 180 marchi! Le imprese elargiscono dividendi dal 12% al 16% e non bisogna inoltre dimenticare che i "geni" della moderna speculazione sanno intascare grosse somme, oltre alla ripartizione dei dividendi. Per eliminare la concorrenza in un'industria così altamente redditizia, i monopolisti non esitano a ricorrere a trucchi.

Essi diffondono voci menzognere sulla cattiva situazione dell'industria, sui giornali compaiono avvisi anonimi di questo tenore: "Capitalisti! Attenzione! Non investite capitali nell'industria del cemento!" Infine si accaparrano le aziende degli "autonomi" (quelli al di fuori dei consorzi) pagando loro come buonuscita somme di 60, 80, addirittura 150.000 marchi.(*)

(*) L. Eschwege, Zement, in Die Bank, 1906, 1, p. 115 e seguenti.


Il monopolio si fa strada dappertutto senza alcuno scrupolo sui mezzi da impiegare: da queste "modeste" somme di buonuscita, all'"uso" all'americana della dinamite contro i concorrenti.

Che i cartelli eliminino le crisi è una leggenda degli economisti borghesi, desiderosi ad ogni costo di mettere in buona luce il capitalismo.

Al contrario il monopolio, sorto in alcuni rami d'industria, accresce e intensifica l’anarchia propria dell'intera produzione capitalista nella sua totalità. Aumenta ancora più la sproporzione tra lo sviluppo dell'agricoltura e quello dell'industria, che è una caratteristica generale del capitalismo. La situazione privilegiata in cui viene a trovarsi quell'industria che è più ampiamente associata in cartelli, cioè la cosiddetta industria pesante, specialmente quella del carbone e del ferro, determina negli altri rami industriali "una mancanza di coordinamento ancor più acutamente sentita", come ammette Jeidels, autore di uno dei migliori lavori sui "rapporti fra le grandi banche tedesche e l'industria."(*)

(*) Jeidels, Das Verhältnis des deutschen Grossbanken zur Industrie mit besonderer Berücksichtigung der Eisenindustrie, Lipsia, 1905, p. 271.


Liefmann, difensore sfacciato del capitalismo, scrive: "Quanto più è sviluppato il sistema economico di un paese, tanto più esso si volge a imprese rischiose o estere, che abbiano bisogno di un lungo periodo di sviluppo o finalmente che siano di importanza soltanto locale."(*)

(*) Liefmann, Beleiligungs..., p. 434.


L'aumento del rischio, in ultima analisi, è collegato a un enorme incremento del capitale che, per così dire, trabocca, scorre verso l'estero, ecc. E, nello stesso tempo, l'accresciuta rapidità dei progressi tecnici crea sempre più numerosi elementi di sproporzione tra le diverse parti dell'economia di un paese, elementi di anarchia e di crisi. Lo stesso Liefmann è costretto ad ammettere quanto segue: "Verosimilmente l'umanità si trova di nuovo alla vigilia di grandi rivolgimenti nella tecnica, che eserciteranno un'influenza anche sull'organizzazione dell'economia..." come l'elettricità e la navigazione aerea: "… Di regola, in tali periodi di radicale trasformazione economica, suole svilupparsi una fortissima speculazione."(*)

(*) Ibidem, p. 466.


Ma a loro volta le crisi di ogni specie e principalmente quelle di natura economica - sebbene non soltanto queste - rafforzano grandemente la tendenza alla concentrazione e al monopolio. Si leggano a tal riguardo le molto istruttive considerazioni di Jeidels intorno alla crisi del 1900 che, notoriamente, è stata il punto decisivo nella storia dei moderni monopoli: "La crisi dei 1900 trovò, accanto alle gigantesche aziende nelle industrie fondamentali, anche molte aziende "semplici" (cioè non associate), che furono anch'esse spinte fino al picco dell'ascesa industriale. La caduta dei prezzi e la contrazione della domanda gettò queste imprese "semplici" in uno stato di dissesto che le gigantesche imprese associate in parte non risentirono affatto, in parte solo per breve tempo. Pertanto la crisi del 1900 condusse alla concentrazione industriale in ben altra misura di quanto avessero fatto le crisi precedenti, per esempio quella del 1873, che diede anche origine a una selezione ma, date le condizioni della tecnica di allora, non tale da creare il monopolio delle imprese rimaste vittoriose. Invece un monopolio durevole di tal genere è oggi posseduto, in larga misura, dalle gigantesche aziende della grande industria siderurgica ed elettrica, in virtù della loro complessa tecnica, della organizzazione in grande stile e dell'entità dei capitali. In minor grado dalle branche della fabbricazione di macchine e da alcune aziende metallurgiche, della comunicazione, ecc."(*)

(*) Jeidels, op. cit., p. 108.


Monopolio! Questa è l'ultima parola dell'"ultima fase di sviluppo del capitalismo". Ma avremmo soltanto una cognizione assai insufficiente, incompleta e povera della forza reale e dell’importanza dei moderni monopoli, se non tenessimo conto della funzione delle banche.



2. Le banche e la loro nuova funzione

La fondamentale e originaria funzione delle banche consiste nel servire da intermediario nei pagamenti. Le banche trasformano il capitale liquido inattivo in capitale attivo, cioè produttore di profitto, raccogliendo tutte le rendite in denaro e mettendole a disposizione dei capitalisti.

Ma a mano a mano che le banche si sviluppano e si concentrano in poche istituzioni, si trasformano da modeste intermediarie in potenti monopoliste, che dispongono di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e di piccoli industriali e così pure della massima parte dei mezzi di produzione e delle fonti di materie prime di un dato paese e di tutta una serie di paesi. Questa trasformazione di numerosi modesti intermediari in un gruppetto di monopolisti costituisce uno dei processi fondamentali della trasformazione del capitalismo in imperialismo capitalista. Dobbiamo anzitutto esaminare la concentrazione delle banche.

Negli anni 1907-1908 i depositi combinati di tutte le banche tedesche con un capitale superiore a un milione di marchi ammontavano a 7 miliardi di marchi; dal 1912 al 1913 la somma era già arrivata a 9 miliardi e 800 milioni con un aumento del 40% in cinque anni. Inoltre di questi 2,8 miliardi di aumento, 2,75 furono suddivisi tra 57 banche, le quali disponevano ognuna di oltre 10 milioni di marchi di capitale. I depositi erano ripartiti tra le grandi e le piccole banche come segue:(*)

(*) Alfred Lansburgh, Fünf Jahre deutsches Bankwesen, in Die Bank, 1913, II, pp. 726-728.


Percentuale di tutti i depositi

 

Presso le 9 grandi banche di Berlino

Presso le altre 48

banche con oltre 10

milioni di capitale

Presso le 115 banche

con 1-10 milioni

di capitale

Presso le piccole

banche con meno di

1 milione dì capitale

 

%

%

%

%

1907-1908

47

32,5

16,5

4

1912-1913

49

36

12

3


Le piccole banche sono eliminate dalle grandi, nove delle quali concentrano quasi la metà di tutti i depositi. Ma abbiamo trascurato molti dettagli importanti, per esempio il fatto che tutta una serie di piccole banche si sono trasformate in effettive filiali delle grandi banche; ma di ciò riparleremo in seguito.

Alla fine del 1913 Schulze-Gaevernitz calcolava i depositi delle nove grandi banche di Berlino a 5,1 miliardi di marchi, su un totale di circa 10 miliardi di marchi. Lo stesso autore, tenendo conto non solo dei depositi, ma del capitale bancario complessivo, ha scritto: "Le nove grandi banche di Berlino, con le banche affiliate, amministravano alla fine del 1909 11,3 miliardi di marchi, vale a dire in cifra tonda l'83% dell'intero capitale bancario tedesco. La Deutsche Bank, che con le banche affiliate amministra circa 3 miliardi di marchi è, accanto all'Amministrazione Statale delle Ferrovie Prussiane, il massima e il più decentralizzato strumento di raccolta di capitali del vecchio continente."(*)

(*) Schulze-Gaevernitz, Die deutsche Kreditbank, nel Grundriss der Sozialökonomik, parte 2., V Sezione, Tubinga, 1915, pp. 12 e 137.


Abbiamo rilevato in modo speciale l'accenno alle banche "affiliate" perché esso si riferisce a una delle più importanti caratteristiche della moderna concentrazione capitalista. Le grandi aziende e specialmente le banche non si limitano a ingoiare le piccole banche, ma se le "annettono", le assoggettano, le includono nel "loro" gruppo, nel loro "consorzio" (per usare un termine tecnico) mediante le "partecipazioni" ai loro capitali, comprando o scambiando azioni, creando un sistema di crediti, ecc. Il prof. Liefmann ha dedicato un gigantesco "studio" di circa mezzo migliaio di pagine a descrivere le moderne "società di partecipazione e finanziamento",(*) nel quale però, disgraziatamente, ha accompagnato la materia grezza con considerazioni "teoriche" di assai scarso valore. A quale risultato conduca questo sistema delle "partecipazioni" nel senso della concentrazione, è illustrato meglio che altrove nell'opera del bancario Riesser sulle grandi banche tedesche. Ma prima di passare ai suoi dati, vogliamo recare un esempio concreto del sistema delle "partecipazioni".

(*) Liefmann, op. cit., p. 212.


Il "gruppo" della Deutsche Bank è tra i più grandi gruppi bancari, se non addirittura il più grande. Per tener conto dei principali fili che collegano tutte le banche di questo gruppo, occorre distinguere una partecipazione di primo, secondo e terzo grado o, che è lo stesso, una dipendenza di primo, secondo e terzo grado delle piccole banche dalla Deutsche Bank. Quindi, otteniamo il seguente specchietto:(*)

(*) Alfred Lansburgh, Das Beteiligungssystem im deutschen Bankipesen, in Die Bank, I, 1910, p. 500 e seguenti.






Dipendenza

di I grado

Dipendenza

di II grado

Dipendenza

di III grado

La Deutsche Bank

partecipa

permanentemente


a 17 banche

di cui 9 partecipano ad altre 34

di cui 4 partecipano ad altre 7

per un tempo

indeterminato

a 5 banche

 

 

di tanto in tanto

a 8 banche

di cui 5 partecipano ad altre 14

di cui 2 partecipano ad altre 2

Totale

a 30 banche

di cui 14 partecipano ad altre 48

di cui 6 partecipano ad altre 9

 

Alle otto banche "dipendenti in primo grado" soggette "di tanto in tanto" alla Deutsche Bank appartengono tre banche straniere: una austriaca, la Wiener Bankverein e due russe (Banca commerciale della Siberia e Banca russa per il commercio estero). In complesso appartengono al gruppo della Deutsche Bank, direttamente o indirettamente, totalmente o parzialmente, ben 87 banche ed esso dispone così di un capitale complessivo, tra il proprio e l'altrui, da due a tre miliardi di marchi.

Evidentemente, una banca che si trova alla testa di un simile gruppo e conclude accordi con mezza dozzina di altre banche poco meno grandi, per operazioni finanziarie particolarmente ragguardevoli e vantaggiose, quali per esempio i prestiti statali, ha già smesso la funzione di "intermediaria" e si è trasformata in una associazione di un pugno di monopolisti.

Con quale rapidità la concentrazione del settore bancario è stata compiuta in Germania, precisamente tra la fine del secolo XIX e gli inizi del XX, si può rilevare dai seguenti dati di Riesser, esposti di seguito in modo sintetico:


Sei grandi banche di Berlino avevano

Anno

Filiali in Germania

Casse di deposito o agenzie di cambio

Partecipazione permanente a banche azionarie tedesche

Totale di tutte le aziende

1895

16

14

1

42

1900

21

40

8

80

1911

104

276

63

450


Vediamo con quanta rapidità si forma una fitta rete di canali che abbracciano tutto il paese, centralizzano tutti i capitali ed entrate in denaro e trasformano migliaia e migliaia di aziende produttrici di merci sparpagliate in un'unica azienda capitalista nazionale e poi in un'azienda capitalista mondiale. Quel "decentramento" di cui nel passo sopra citato parla Schulze-Gaevernitz, in qualità di esponente della economia politica borghese dei nostri giorni, in realtà non è altro che la sottomissione ad un unico centro di un numero sempre maggiore di unità economiche, prima relativamente "indipendenti" o, meglio, localmente circoscritte. In realtà, esso rappresenta una centralizzazione, un elevamento della funzione, dell'importanza e della potenza dei giganti monopolisti.

Questa "rete bancaria" è ancora più fitta nei vecchi paesi capitalisti. In Inghilterra e Irlanda, nel 1910 il numero delle filiali di tutte le banche ascendeva a 7.151. Le quattro massime banche avevano ciascuna oltre 400 filiali (da 447 a 689), quattro altre banche più di 200 filiali e altre undici più di 100.

In Francia le tre maggiori banche - Crédit Lyonnais, Comptoir National d'Escompte e Société Générale - hanno esteso le loro operazioni e la loro rete di filiali nel seguente modo:(*)

(*) Eugen Kaufmann, Das franzöisiscbe Bankwesen, mit besonderer Berücksichtigung der drei Depositen-Grossbanken, Tubinga, 1911, pp. 356 e 362.



Filiali e casse di deposito

Dimensioni dei capitale (in milioni di franchi)

Anno

Provincia

Parigi

Totale

Capitale proprio

Capitale in deposito

1870

47

17

64

200

427

1890

192

66

258

265

1.245

1909

1.033

196

1.229

887

4.363

 

Per mostrare le "relazioni" di una grande banca moderna, Riesser produce delle cifre sul numero delle lettere in arrivo e in partenza presso la Disconto-Gesellschaft, una delle maggiori banche tedesche e di tutto il mondo (con un capitale che nel 1914 raggiungeva i 300 milioni di marchi).



Lettere in arrivo

Lettere in partenza

1852

6.135

6.292

1870

85.800

87.513

1900

533.102

626.043


Nella grande banca parigina, il Crédit Lyonnais, il numero dei conti correnti da 28.535 nel 1875 salì a 633.539 nel 1912.(*)

(*) Jean Lescure, L'épargne en France, Parigi, 1914, p. 52.


Queste semplici cifre mostrano forse meglio di qualsiasi lunga disquisizione come l'importanza delle banche è stata modificata radicalmente dalla concentrazione del capitale e dall'aumentato giro d'affari. I capitalisti separati si trasformano in un unico capitalista collettivo. La banca, tenendo i conti correnti di parecchi capitalisti, compie apparentemente una funzione puramente tecnica, esclusivamente ausiliaria. Ma non appena quest'operazione ha assunto dimensioni gigantesche, ne risulta che un pugno di monopolisti subordinano a loro le operazioni industriali e commerciali dell'intera società capitalista poiché, mediante i loro rapporti bancari, conti correnti e altre operazioni finanziarie, conseguono la possibilità anzitutto di essere esattamente informati sull'andamento degli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando o restringendo il credito, facilitandolo od ostacolandolo e infine di deciderne completamente la sorte, fissando la loro redditività, sottraendo loro il capitale o permettendo loro di aumentarlo rapidamente e in enormi proporzioni, ecc. Abbiamo appena menzionato il capitale di 300 milioni di marchi della Disconto-Gesellschaft di Berlino. Quest'aumento di capitale della Disconto-Gesellschaft costituì un particolare episodio della lotta per l'egemonia svoltasi tra le due maggiori banche di Berlino: la Deutsche Bank e la Disconto-Gesellschaft.

Nel 1870 la Deutsche Bank era ancora nell'infanzia e possedeva in tutto un capitale di 15 milioni di marchi, mentre la Disconto-Gesellschaft ne aveva 30. Nel 1908 la prima aveva un capitale di 200 milioni, la seconda di 170. Nel 1914, la Deutsche Bank accrebbe il proprio capitale a 250 milioni di marchi e la Disconto-Gesellschaft, fondendosi con un'altra grande banca di prim'ordine, lo Schaffhausenscher Bankverein, a 300 milioni. E naturalmente questa lotta di egemonia procede di conserva con "accordi" sempre più frequenti e stabili fra le due banche. Quali conclusioni impone questo processo evolutivo agli specialisti di cose bancarie, che considerano le questioni economiche da un punto di vista non oltrepassante in alcun modo i quadri di un riformismo borghese moderatissimo e ordinatissimo?

La rivista tedesca Die Bank scriveva a proposito dell'aumento del capitale della Disconto-Gesellschaft a 300 milioni di marchi: "Altre banche seguiranno la stessa via e delle trecento persone che oggi governano economicamente la Germania, col tempo non ne rimarranno che cinquanta, venticinque o anche meno. Né è da credere che il nuovissimo movimento di concentrazione si arresterà alle banche. Naturalmente gli stretti rapporti esistenti tra le singole banche portano anche a un avvicinamento tra i consorzi industriali favoriti da queste banche... e un bel giorno ci risveglieremo vedendo soltanto trust e davanti a noi la necessità di sostituire ai monopoli privati i monopoli statali. Tuttavia, non avremo nulla da rimproverarci, eccetto che aver lasciato libero corso allo sviluppo delle cose, soltanto un po' accelerato dalla manipolazione delle azioni."(*)

(*) A. Lansburgh, Die Bank mit den 300 Millionen, in Die Bank, 1914, I, p. 426.


Abbiamo qui un esempio dell'inettitudine del giornalismo borghese, dal quale la scienza borghese si differenzia solo per minore schiettezza e per la tendenza a celare l'essenza delle cose, a nascondere la foresta dietro gli alberi. Infatti, "stupirsi" degli effetti della concentrazione, "rimproverare" il governo della Germania capitalista o in generale la "società capitalista" ("noi"), temere che l’introduzione delle azioni possa "accelerare" la concentrazione o - come fa uno specialista tedesco in materia di cartelli, il Tschierschky - temere i trust americani e "preferire" i cartelli tedeschi, perché questi ultimi "accelerano il progresso tecnico ed economico meno dei trust" (*) non è forse un segno di inettitudine?

(*) S. Tschierschky, op. cit., p. 128.


Ma i fatti rimangono fatti. In Germania non vi sono trust, bensì "solo" cartelli, ma la Germania è governata da non più di trecento magnati del capitale, il cui numero si restringe sempre più. In tutti i paesi capitalisti, qualunque siano le differenze nella loro legislazione bancaria, in ogni caso le banche rafforzano e accelerano notevolmente il processo di concentrazione del capitale e di costituzione dei monopoli.

Mezzo secolo fa Marx scriveva (Il capitale, libro III, vol. 2) che il sistema bancario "possiede la forma di una contabilità e di una distribuzione generale dei mezzi di produzione su scala sociale, ma soltanto la forma."(5)

5. Cfr. Il capitale, op. cit., III, p. 705.


I dati da noi riferiti sull'incremento del capitale bancario e sull'aumento del numero delle filiali e delle agenzie delle maggiori banche, del numero dei conti correnti, ecc., ci mostrano in modo concreto questa "contabilità generale" dell'intera classe dei capitalisti e anzi non solo di essi, perché le banche raccolgono in sé - sia pure transitoriamente - tutte le possibili entrate in denaro, dei piccoli proprietari, degli impiegati e di un piccolo strato elevato della classe operaia. La "distribuzione sociale dei mezzi di produzione": ecco ciò che risulta - se si considera la cosa sotto l'aspetto formale - dallo sviluppo delle grandi banche moderne, le più importanti delle quali, in numero da 3 a 6 in Francia e da 6 a 8 in Germania, dispongono di miliardi e miliardi. Ma se si considera la sostanza, questa distribuzione dei mezzi di produzione non è "sociale", bensì privata, cioè conforme agli interessi del grande capitale e in particolare dell’enorme capitale monopolista che agisce in questa maniera mentre le masse popolari vivono mezzo affamate, mentre lo sviluppo dell'agricoltura ritarda irreparabilmente in confronto con quello dell'industria, mentre nell'industria stessa l'"industria pesante" raccoglie i tributi di tutti gli altri rami industriali.

Nella socializzazione dell'economia capitalista le casse di risparmio e gli uffici postali cominciano adesso a far concorrenza alle banche, perché sono più "decentrati", vale a dire la loro influenza si estende a un maggior numero di località, specialmente nelle località remote e negli ampi strati della popolazione. Ecco alcuni dati raccolti dalla Commissione americana sull'aumento relativo dei depositi nelle banche e nelle casse di risparmio:(*)


Depositi (in miliardi di marchi)


Inghilterra

Francia

Germania

 

in banche

in casse di risparmio

in banche

in casse di risparmio

in banche

in società

di credito

in casse

di risparmio

1880

8,4

1,6

?

0,9

0,5

0,4

2,6

1888

12,4

2,0

1,5

2,1

1,1

0,4

4,5

1908

23,2

4,2

3,7

4,2

7,1

2,2

13,9

 

(*) Dati della National Monetary Commission americana, in Die Bank, 1910, I, p. 1200.


Le casse di risparmio, che pagano interessi a un tasso del 4% o il 41/4 % sui depositi, devono cercare per i loro capitali un impiego "redditizio" mediante le operazioni cambiarie, ipotecarie e simili. I legami tra banche e casse di risparmio "scompaiono sempre di più". Le Camere di commercio, ad esempio quelle di Bochum e di Erfurt, chiedono che "si vieti" alle casse di risparmio di fare operazioni "puramente" bancarie, come lo sconto di cambiali e che sia limitata l'attività "bancaria" degli uffici postali.(*)

(*) Die Bank, 1913, II, pp. 811, 1022; 1914, p. 743.


Sembra che i magnati bancari temano di essere raggiunti dal monopolio statale da un luogo inaspettato, ma naturalmente questo timore non è altro che la concorrenza di due rivali posti in una situazione di parità. Infatti, da un lato, chi dispone dei milioni depositati nelle casse di risparmio sono in ultima analisi proprio gli stessi magnati del capitale bancario mentre, dall'altro lato, nella società capitalista il monopolio statale è semplicemente il mezzo per elevare e rafforzare le entrate dei milionari di questo o quel ramo industriale che sono sull'orlo dl fallimento.

La sostituzione del vecchio capitalismo, dominato dalla libera concorrenza, col nuovo capitalismo, dominato dal monopolio, trova la sua espressione nella decadenza della Borsa: "La Borsa - si legge nella rivista Die Bank - da lungo tempo ha cessato di essere quell'indispensabile intermediario di scambi che essa fu precedentemente, quando le banche non potevano ancora collocare presso la propria clientela la maggior parte dei titoli emessi."(*)

(*) Die Bank, 1914, I, p. 316.


"Ogni Banca è una Borsa." Questo detto moderno è tanto più vero, quanto più grande è la banca e più progredita è la concentrazione dell'industria bancaria.(*)

(*) Dr. Oskar Stillich, Geld und Bankwesen, Berlino, 1907, p. 109.


"Mentre un tempo, nel decennio 1870-1880, la Borsa con le sue intemperanze giovanili [un "garbato" accenno alla crisi borsistica del 1873, all'epoca degli scandali (6) delle grandi speculazioni finanziarie, ecc. ecc.] iniziò l'industrializzazione della Germania, oggi invece banche e industria possono "camminare da sé".

6. Questo si verificò durante la diffusa costituzione delle società per azioni nei primi anni ‘70 del XIX secolo, accompagnata da ogni genere di operazioni fraudolente da parte di affaristi borghesi - che stavano facendo parecchi soldi - e dalla speculazione selvaggia nel campo degli immobili e dei titoli azionari.


"Il dominio delle nostre grandi banche sulla Borsa... non è altro che l'espressione della completa organizzazione dello Stato industriale tedesco. Mentre così si riduce il campo delle leggi economiche operanti automaticamente e si allarga straordinariamente quello della "regolamentazione cosciente" per opera delle banche, cresce a dismisura la responsabilità di poche teste dirigenti verso l'economia nazionale."(*)

(*) Schulze-Gaevernitz, Die deutsche Kreditbank, nel Grundriss der Sozialökonomik, Tubinga, 1915, pp. 12 e 137.


Così scrive il professore tedesco Schulze-Gaevernitz, l'apologeta dell'imperialismo tedesco, un'autorità per gli imperialisti di tutto il mondo, un uomo che tenta di celare le "inezie", vale a dire che questa "cosciente regolamentazione" della vita economica per opera delle banche consiste nella spoliazione del settore pubblico da parte di un pugno di monopolisti "integralmente organizzati". Il professore borghese non si propone di svelare l'intero meccanismo e di mettere in chiaro gli imbrogli dei monopolisti bancari, bensì di metterli in buona luce.

Allo stesso modo Riesser, economista ancora più autorevole e bancario egli stesso, in presenza di fatti che non si possono negare se la cava con un paio di frasi prive di significato: "La Borsa perde sempre più la proprietà, indispensabile per l'economia generale e per il mercato dei titoli, di essere non solo il più sensibile strumento di misurazione, ma anche il regolatore quasi automatico dei movimenti economici in essa confluenti."(*)

(*) Riesser, op. cit., 4a ed., p. 630.


In altri termini il vecchio capitalismo, il capitalismo della libera concorrenza, con la Borsa suo regolatore indispensabile, scompare, soppiantato da un nuovo capitalismo che presenta tutti i segni di un fenomeno di transizione, una miscela di libera concorrenza e di monopolio. Naturalmente sorge la domanda: in cosa dunque "si sta sviluppando" questo nuovo capitalismo? Ma i dotti borghesi non osano porre tale quesito.

"Trent'anni fa gli industriali, in regime di libera concorrenza, fornivano nove decimi del lavoro legato ai propri affari, diverso dal lavoro manuale. Oggi sono dei funzionari quelli che fanno i nove decimi di questo 'lavoro intellettuale'.

Le banche stanno alla testa di questa evoluzione."(*)

(*) Die Bank, 1912, I, p. 435.


Questa ammissione di Schulze-Gaevernitz riconduce ancora una volta alla domanda: in cosa il nuovo capitalismo, il capitalismo nella sua fase imperialista, si sta sviluppando?

Naturalmente tra le poche banche che ancora si mantengono alla testa della economia capitalista in seguito al processo di concentrazione, diventa sempre più forte la tendenza a entrare in reciproci accordi monopolisti, a formare un trust delle banche. In America non nove banche ma due delle maggiori, quelle dei miliardari Rockefeller e Morgan, controllano un capitale di 11 miliardi di marchi.(*)

(*) Schulze-Gaevernitz, Die deutsche Kreditbank nel Grundriss der Sozialökonomik, Tubinga, 1915, pp. 12 e 137.


La Frankfurter Zeitung, il giornale degli interessi borsistici, accompagna con queste parole l'assorbimento dello Schaffhausenscher Bankverein per opera della Disconto-Gesellschaft di cui ho parlato sopra: "Il movimento di concentrazione delle banche va continuamente restringendo la cerchia degli istituti ai quali si può rivolgere la domanda di crediti e quindi cresce la dipendenza della grande industria da alcuni pochi gruppi bancari. Dato l'intimo nesso tra industria e mondo finanziario, la libertà di movimento delle società industriali costrette a ricorrere al capitale bancario resta compressa. Pertanto, la grande industria segue con sentimenti contrastanti la crescente formazione di trust bancari; infatti tra i singoli grandi consorzi bancari si notano certi segni di accordi, che tendono a limitare la concorrenza."(*)

(*) Schulze-Gaevernitz, Grundriss der Sozialökonomik, op. cit., p. 155.


Ancora una volta, l'ultima parola nello sviluppo del sistema bancario è sempre il monopolio.

Ma precisamente nell'intimo nesso tra le banche e l'industria appare, nel modo più evidente, la nuova funzione delle banche. Quando la banca sconta le cambiali di un dato industriale, gli apre un conto corrente, ecc., queste operazioni, considerate isolatamente, non riducono in nulla l'indipendenza di quell'industriale e la banca ricopre soltanto la funzione di una modesta agenzia di intermediazione. Ma non appena tali operazioni diventano frequenti e si consolidano, non appena la banca "accumula" capitali enormi, non appena la tenuta del conto corrente di un dato imprenditore mette la banca in grado di conoscere, sempre più esattamente e completamente, la situazione economica del suo cliente - e questo appunto sta accadendo - allora ne risulta una sempre più completa dipendenza del capitalista industriale dalla banca.

Nello stesso tempo si sviluppa, per così dire, un'unione personale della banca con le maggiori imprese industriali e commerciali, una loro fusione mediante l’acquisto di azioni o l'entrata dei direttori di banche nei consigli di amministrazione delle imprese industriali e commerciali e viceversa. L'economista tedesco Jeidels ha raccolto dati precisi su tale specie di concentrazione di capitali e di imprese. Le sei maggiori banche di Berlino erano rappresentate per mezzo dei loro direttori in 344 società industriali e per mezzo dei membri dei loro consigli di amministrazione in altre 407, vale a dire in tutto in 751 società. In 289 società le suddette banche avevano due membri del Consiglio di amministrazione oppure il posto di presidente. Queste imprese svolgono la loro attività nei più diversi rami della produzione: assicurazioni, mezzi di comunicazione, ristoranti, teatri, industrie culturale, ecc. A loro volta nei Consigli di amministrazione di quelle sei banche sedevano (nel 1910) cinquantuno grandi industriali, tra cui il direttore della Krupp, quello della Hapag (Hamburg-Amerika), una gigantesca società di navigazione, ecc. Ciascuna di queste sei banche, dal 1895 al 1910, ha partecipato all'emissione delle azioni e obbligazioni di varie centinaia di società industriali (da 281 a 419).(*)

(*) Jeidels, op. cit., Riesser, op. cit.


L'"unione personale" delle banche con l'industria è completata dall'"unione personale" di entrambe col governo.

"Volentieri sono assegnati posti di consiglieri di amministrazione a persone dal nome importante - scrive Jeidels - e anche ad ex funzionari pubblici, che nei rapporti con le autorità possono ottenere più di un'agevolazione [!!]. "Nel consiglio di amministrazione di una grande banca siedono ordinariamente membri del Parlamento o del Consiglio comunale di Berlino". Pertanto, i grandi monopoli capitalisti si producono e si sviluppano, a tutto spiano, per tutte le vie "naturali" e "soprannaturali". Si forma sistematicamente una certa divisione del lavoro tra poche centinaia di finanzieri, veri re della moderna società capitalista.

"Con quest'ampliamento del campo d'attività di singoli grandi industriali [che entrano nelle direzioni delle banche, ecc.] e con l'assegnazione dei direttori provinciali delle banche a un determinato ed esclusivo distretto industriale, avviene un certo sviluppo della specializzazione dei dirigenti delle grandi banche in particolari rami d'affari.

In generale, tale specializzazione è possibile soltanto quando l'impresa bancaria assume grandi proporzioni e, in particolare, se i rapporti con le industrie sono molto estesi. Tale divisione dei lavoro si verifica in due sensi: il complesso dei rapporti con l'industria è assegnato a un direttore come suo speciale campo d'azione e inoltre ciascun direttore, in qualità di membro del Consiglio di amministrazione, assume la sorveglianza di una o più imprese affini per qualità o per interessi [il capitalismo è ormai a buon punto per esercitare una sorveglianza organizzata sulle singole imprese]. L'uno si specializza nell'industria tedesca o addirittura soltanto nell'industria della Germania occidentale [la Germania occidentale è la parte più industriale dell'Impero tedesco]; i rapporti con gli Stati e con l'industria esteri, la raccolta delle notizie personali sui singoli industriali, gli affari di Borsa, ecc., costituiscono la specialità d'altri. Inoltre, spesso avviene che ciascun direttore di banca riceve l'incarico di amministrare un particolare ramo industriale o un particolare territorio: l'uno è di preferenza nei consigli d'amministrazione delle società d'elettricità; l'altro nelle fabbriche di prodotti chimici, di birra o di zucchero; altri ancora si trovano nei consigli di amministrazione di poche imprese industriali isolate e contemporaneamente in quelli delle società di assicurazione... È certo, in una parola, che a mano a mano che aumenta l'ampiezza e la varietà degli affari delle grandi banche, si sviluppa tra i dirigenti di esse una crescente divisione del lavoro, allo scopo e col risultato di sollevarli in certo modo dai semplici affari bancari, rendendoli più competenti, più esperti nelle questioni generali dell'industria e in quelle particolari dei singoli rami e quindi più capaci di far pesare l'influenza della banca nell'industria. Questo sistema delle banche è integrato dalla tendenza a chiamare nei loro consigli di amministrazione persone competenti negli affari dell'industria: industriali, ex funzionari, specialmente dell'amministrazione ferroviaria o mineraria, ecc."(*)

(*) Jeidels, op. cit., pp. 156-157.


Anche nel sistema bancario francese si trova lo stesso indirizzo, solo un po' modificato nella forma. Per esempio, una delle tre massime banche francesi, il Crédit Lyonnais, ha istituito uno speciale servizio di ricerca finanziaria (service des études financières), dove lavorano a tempo indeterminato oltre 50 persone, ingegneri, esperti di statistica, economisti, avvocati, ecc. Il servizio costa da 600 a 700.000 franchi all'anno; si suddivide a sua volta in otto uffici, dei quali uno raccoglie notizie specialmente sulle imprese industriali, l'altro si occupa della statistica generale, il terzo studia le società ferroviarie e di navigazione a vapore, il quarto i titoli, il quinto i resoconti finanziari, ecc.(*)

(*) Eugen Kaufmann, Die Organisation der französischen Depositen-Grossbanken, in Die Bank, 1909, II, pp. 854-855.


Pertanto, si giunge da un lato a una sempre maggiore fusione o, secondo l'indovinata espressione di N. I. Bukharin, a una simbiosi del capitale bancario col capitale industriale e d'altro lato alla trasformazione delle banche in istituzioni veramente di "carattere universale". Ritengo indispensabile riportare in merito a tale questione le precise espressioni di Jeidels, l'autore che meglio di tutti l'ha studiata: "L'esame dei rapporti industriali, nel loro complesso, fa constatare il carattere universale degli istituti finanziari che svolgono la loro attività nell'industria. In contrasto con altre forme bancarie e con le richieste avanzate talvolta nella pubblicistica secondo cui le banche, per non perdere il terreno sotto i piedi, dovrebbero specializzarsi in un particolare campo di affari o ramo d'industria, le grandi banche cercano di rendere i loro rapporti con le imprese industriali più vari che riescono, per località e specialità della produzione, di eliminare sempre più le disuguaglianze nella ripartizione per località e specialità, che risultano dalla storia delle singole istituzioni. Una tendenza è quella di render generale la connessione con l'industria; l'altra è quella di tenderla duratura ed intensiva; entrambe sono attuate nelle sei grandi banche in misura non completa, ma già in misura considerevole e in modo eguale".

Negli ambienti industriali e commerciali si sentono frequenti lagnanze sul "terrorismo" delle banche. Non c'è da meravigliarsi che si sentono tali voci, una volta che le banche "comandano" nella maniera che si dimostrerà col seguente esempio. Il 19 novembre 1901 una delle cosiddette banche D di Berlino (le quattro maggiori banche berlinesi cominciano con la lettera D) inviò alla direzione del consorzio del cemento della Germania centro-nord-occidentale la seguente lettera: "apprendiamo dalla notifica che avete pubblicato in un certo giornale del 18 corrente mese che nell'assemblea generale del vostro consorzio che si terrà il 30 di questo mese potranno esser prese misure atte ad apportare nel vostro consorzio modifiche che non possiamo accettare. Per tal motivo con la presente ci vediamo obbligati con nostro vivo dispiacere a ritirare il credito concesso... Tuttavia se la accennata assemblea generale non approverà provvedimenti che sono per noi inammissibili e ci verranno date in tal senso convenienti garanzie anche per il futuro, ben volentieri ci dichiariamo pronti ad entrare in trattative con voi circa la concessione di un nuovo credito."(*)

(*) Dr. Oskar Stillich, op. cit., p. 147.


In sostanza, questa è la vecchia lamentela del piccolo capitale contro l'oppressione del grande capitale, con la sola differenza che in questo caso un intero consorzio è ridotto alla parte di "piccolo capitale"! È la vecchia lotta tra grande e piccolo capitale, riprodotta a un grado di evoluzione immensamente più alto. Le grandi banche disponendo di miliardi sono in grado di promuovere nelle loro imprese i progressi tecnici ben più rapidamente che i predecessori. A mo' d'esempio, le banche istituiscono speciali società di studi tecnici dei cui lavori, naturalmente, beneficiano soltanto le imprese industriali "amiche". A questa categoria appartengono la Società per lo studio delle ferrovie elettriche, l'Ufficio centrale di ricerche tecnico-scientifiche, ecc.

Gli stessi dirigenti delle grandi banche non possono fare a meno di scorgere che stanno formandosi certe nuove condizioni dell'economia nazionale, ma rimangono impotenti di fronte a questi fenomeni.

Scrive Jeidels: "Chi ha osservato i mutamenti di persone avvenuti negli ultimi anni nelle cariche di direttori e di membri dei Consigli di amministrazione delle grandi banche, ha dovuto osservare come, a poco a poco, siano giunte al timone persone che considerano compito necessario e sempre più attuale nelle grandi banche intervenire attivamente nello sviluppo complessivo della grande industria, come da ciò sorga un antagonismo in materia di affari, spesso anche personale, tra queste persone e i vecchi direttori. Si tratta, in sostanza, di sapere se l'intervento delle banche nel processo produttivo danneggi la loro attività come istituti di credito e se si sacrifichino solide basi e sicuri profitti a un'attività che non ha niente a che fare con la mediazione del credito, che porterebbe le banche su un terreno dove sarebbero esposte, anche più di quanto non sia avvenuto finora, alle vicissitudini della congiuntura industriale. Mentre molti dei più anziani direttori di banche sono di quest'opinione, la maggior parte dei più giovani scorge nell'intervento attivo nelle questioni industriali la stessa necessità la quale, creando la grande industria moderna, ha creato le grandi banche e la moderna impresa industriale-bancaria. Le due parti si accordano soltanto nel riconoscere che non esistono ancora solidi princìpi e scopi concreti per la nuova attività delle grandi banche."(*)

(*) Jeidels, op. cit., pp. 183-184.


Il vecchio capitalismo è superato. Il nuovo rappresenta una transizione verso qualcosa. Naturalmente, cercare "solidi princìpi e scopi concreti" per "conciliare" il monopolio con la libera concorrenza è un'impresa disperata. Le ammissioni degli uomini pratici suonano ben diversamente dagli inni alle bellezze del capitalismo "organizzato", da parte dei suoi apologeti, come Schulze-Gaevernitz, Liefmann e consimili "teorici".

A quale periodo risale l'inizio definitivo della "nuova attività" delle grandi banche? A questo quesito troviamo una risposta abbastanza precisa in Jeidels: "I rapporti tra le imprese industriali col loro nuovo contenuto, le loro nuove forme e i loro nuovi organi, cioè le grandi banche organizzate allo stesso tempo sulla base dell'accentramento e del decentramento, come caratteristico fenomeno dell'economia nazionale, non si costituirono prima del decennio 1890-1900. In un certo senso si può riconoscere questo momento iniziale soltanto nell'anno 1897 con le sue grandi fusioni di imprese, le quali per la prima volta introdussero la nuova forma decentrata di organizzazione, per motivi di politica bancaria industriale. Forse possiamo far risalire questo momento iniziale anche ad una data successiva, giacché soltanto la crisi del 1900 ha immensamente accelerato e rafforzato il processo di concentrazione tanto nel sistema bancario quanto nell'industria e lo ha consolidato, trasformando per la prima volta i rapporti con l'industria in un monopolio effettivo delle grandi banche e rendendoli notevolmente più stretti e intensi."(*)

(*) Ibidem, p. 181.


Pertanto il XX secolo segna il punto critico del passaggio dal vecchio al nuovo capitalismo, dal dominio del capitale in generale al dominio del capitale finanziario.



3. Capitale finanziario e oligarchia finanziaria

Scrive Hilferding: "Una parte sempre crescente del capitale dell'industria cessa di appartenere agli industriali che lo utilizzano. Essi riescono a disporne solo attraverso le banche le quali, nei loro riguardi, rappresentano i proprietari del denaro. Gli istituti bancari devono d'altronde fissare nell'industria una parte sempre crescente dei loro capitali.

A un livello sempre più ampio il banchiere si trasforma in capitalista industriale. Chiamo 'capitale finanziario' quel capitale bancario, cioè quel capitale sotto forma di denaro che viene, in tal modo, effettivamente trasformato in capitale industriale. Il capitale finanziario è capitale controllato dalle banche e impiegato dagli industriali."(*)

(*) Rudolf Hilferding, op. cit., p. 301.


Questa definizione è incompleta, in quanto vi manca l'accenno a uno dei fatti più importanti, cioè alla crescente concentrazione della produzione e del capitale in misura tale da condurre al monopolio. Tuttavia, la funzione dei monopoli capitalisti è, in generale, messa in rilievo in tutto il libro di Hilferding, particolarmente nei due capitoli precedenti a quello da cui è stata tratta la precedente definizione.

Concentrazione della produzione, conseguente nascita dei monopoli, fusione e simbiosi delle banche con l'industria: in ciò si compendia la storia della formazione del capitale finanziario e il contenuto del relativo concetto.

Ora dobbiamo esporre come le "operazioni affaristiche" dei monopoli capitalisti, nell'ambito generale della produzione di merci e della proprietà privata, generano inevitabilmente il dominio dell'oligarchia finanziaria. È da osservare che i rappresentanti della scienza borghese tedesca - e non di questa soltanto - come Riesser, Schulze-Gaevernitz, Liefmann, ecc., sono, senza eccezione, apologeti dell'imperialismo e del capitale finanziario. Essi non svelano, anzi occultano e abbelliscono il "meccanismo" della formazione dell'oligarchia, i suoi metodi, l'entità delle sue entrate (così "lecite" come "illecite"), la sua collusione con i parlamenti, ecc. Essi sfuggono alle "questioni maledette" con frasi ampollose quanto vaghe, richiamandosi al "senso di responsabilità" dei direttori di banche, levando alle stelle il "senso del dovere" dei funzionari prussiani e occupandosi con grande serietà dei particolari di progetti di legge poco seri sulla "sorveglianza" e sulla "regolamentazione" dei monopoli e di quisquilie teoriche, quale la seguente "scientifica" definizione alla quale è pervenuto il prof. Liefmann: "Il commercio è l'attività industriale diretta a raccogliere, conservare e mettere a disposizione i beni" (*) (corsivo grassetto nell'opera del prof. Liefmann). Ne consegue che il commercio era già esistito presso gli uomini primitivi, che non conoscevano ancora neppure lo scambio e che continuerà a esistere anche nella società socialista!

(*) R. Liefmann, op. cit., p. 476.


Ma i fatti mostruosi che riguardano il mostruoso dominio dell'oligarchia finanziaria saltano talmente agli occhi che in tutti i paesi capitalisti, così in America come in Francia e in Germania, è sorta un'intera letteratura, scritta dal punto di vista borghese ma che, tuttavia, dà un quadro approssimativamente esatto e una critica - piccolo-borghese, naturalmente - dell'oligarchia finanziaria.

La pietra angolare è nel "sistema della partecipazione" al quale ho già accennato sopra. Un economista tedesco, Heymann, forse il primo che ha rivolto l'attenzione a questo sistema, così lo descrive: "Il capo del consorzio controlla letteralmente la società principale [la "società madre"], questa controlla le società che ne dipendono [le "società figlie"], queste a loro volta controllano altre società dipendenti [le "società nipoti"] e così via. In questo modo, con capitali non eccessivamente grandi, si possono padroneggiare immensi campi della produzione; poiché, posto che per esercitare il controllo sopra una società per azioni è sufficiente la padronanza del 50% del capitale, basta al capo del consorzio di possedere un milione, per poter controllare nelle società nipoti già 8 milioni di capitale. Se tale "intreccio" si estende ancor più, si ha il controllo su 16 milioni, su 32 e via dicendo."(*)

(*) Hans Gideon Heymann, Die gemischten Werke im deutschen Grosseisengewerbe, Stoccarda, 1904, p. 269.


In realtà, l'esperienza mostra che basta possedere il 40% di tutte le azioni per dominare l'andamento degli affari di una società,(*) poiché una parte dei piccoli azionisti, disseminati qua e là, non ha la possibilità di intervenire alle assemblee generali, ecc. La "democratizzazione" del possesso di azioni, dalla quale i sofisti borghesi e gli opportunisti "pseudosocialdemocratici" si ripromettono (o fingono di ripromettersi) la "democratizzazione del capitale", l'aumento d'importanza e di funzione della piccola produzione, ecc., nella realtà costituisce un mezzo per accrescere la potenza dell'oligarchia finanziaria. È precisamente per questo che nei più progrediti o più vecchi ed "esperti" paesi capitalisti la legislazione permette l'emissione delle azioni più piccole. In Germania la legge non permette azioni al disotto di 1.000 marchi e i magnati della finanza tedesca guardano con invidia all'Inghilterra, ove sono legalmente ammesse azioni da una sterlina. Nella seduta del Reichstag del 7 giugno 1900, Siemens, uno dei maggiori industriali e dei maggiori "re della finanza" della Germania, dichiarò "l'azione da una sterlina è la base dell'imperialismo britannico."(*)

(*) Liefmann, op. cit., p. 358.


(*) Schulze-Gaevernitz, Grundriss der Sozialokönomik, op. cit., p. 110.


Questo mercante sembra possedere sulla natura dell'imperialismo una concezione più profondamente "marxista" che un certo indegno scrittore, ritenuto fondatore del marxismo russo,(7) il quale tuttavia crede che l'imperialismo sia soltanto la cattiva abitudine d'una certa nazione

7. Allusione a Plekhanov che all’inizio della guerra del 1914-1918 divenne socialsciovinista.


Il "sistema della partecipazione" non soltanto serve ad accrescere enormemente la potenza dei monopolisti, bensì permette anche di ricorrere impunemente a ogni sorta di loschi e luridi maneggi e di frodare il pubblico {i piccoli azionisti, i risparmiatori e gli utenti delle aziende fondate sul "sistema della partecipazione"} poiché formalmente, davanti alla legge, le "società madri" non sono responsabili per le "società figlie" - considerate "indipendenti" - e per mezzo di esse possono "realizzare" qualsiasi cosa.

Ecco un esempio dalla rivista tedesca Die Bank del maggio 1914.

"La Società dell'acciaio per molle di Kassel, fino a poco tempo fa era ritenuta una delle imprese più redditizie della Germania. La sua cattiva amministrazione condusse le cose a tal punto che i dividendi caddero dal 15% a zero. L'amministrazione, senza che gli azionisti ne sapessero nulla, aveva fatto un prestito di sei milioni di marchi ad una sua "società figlia", la Hassia, il cui capitale nominale ammontava a poche centinaia di migliaia di marchi. Di questo prestito, che costituiva quasi il triplo del capitale azionario della "società madre", non v'era traccia nel bilancio di quest'ultima e contro tale occultamento non si poteva sollevare la minima eccezione giuridica, cosicché esso poté essere continuato per due anni, non violando nessuna disposizione del codice di commercio. Il presidente del consiglio di amministrazione, che firmò sotto la sua responsabilità i bilanci falsi, era ed è presidente della Camera di commercio di Kassel. Gli azionisti furono messi a conoscenza del prestito fatto alla Hassia soltanto quando esso già da lungo tempo era risultato un "errore" [l'autore avrebbe dovuto mettere questa parola tra virgolette] e quando le azioni della Società dell'acciaio per molle, in seguito alla vendita fattane da coloro che erano a conoscenza della cosa, ebbero perduto nelle quotazioni circa il 100%.

"Questo esempio caratteristico di equilibrio nei bilanci, abbastanza consueto nelle società per azioni, lascia intendere perché mai le amministrazioni delle società per azioni, in generale, si incaricano di affari rischiosi, a cuor leggero, assai più dei privati imprenditori. La moderna tecnica della estensione dei bilanci non solo rende loro agevole di occultare ai comuni azionisti gli affari rischiosi intrapresi, ma permette inoltre ai principali interessati di sottrarsi alle conseguenze di un esperimento fallito col vendere a tempo le loro azioni, mentre il privato imprenditore sopporta sulla propria pelle le conseguenze di quel che fa... I bilanci di molte società per azioni rassomigliano a quei noti palinsesti medioevali, nei quali si deve prima cancellare la scrittura visibile per poter decifrare i segni che stanno sotto di essa e che formano il vero contenuto del manoscritto… Il mezzo più semplice, quindi più spesso adoperato, per rendere indecifrabile un bilancio consiste nello scindere un'azienda unitaria in più parti sotto forma di costituzione o aggregazione di "società figlie". Sono così evidenti i vantaggi offerti da tale sistema per i più svariati scopi - legali e illegali - che ormai si possono considerare come eccezioni le società, alquanto cospicue, che non lo hanno impiegato."(*)

(*) L. Eschwge, Tochtergesellschaften, in Die Bank, 1914, I, pp. 544-546.


Come esempio di una grandissima società monopolista che adopera tale sistema, l'autore cita la famosa A.E.G. (Allgemeine Elektrizitäts-Gesellschaft, Società Generale per l'Elettricità), di cui si parlerà ancora in seguito. Nel 1912 si ammetteva che questa A.E.G. partecipasse a 175-200 società, naturalmente dominandole, controllando un capitale complessivo di un miliardo e mezzo di marchi.(*)

(*) Kurt Heining, Der Weg des Elektrotrusts, in Neue Zeit, 1912, II, p. 484.


Tutte le norme di controllo, di pubblicazione di bilanci, di compilazione di un preciso schema di essi, di istituti di sorveglianza, ecc., con le quali distraggono l'attenzione del pubblico i professori benintenzionati - quelli ispirati, cioè dalla buona intenzione di difendere e abbellire il capitalismo - non hanno qui alcun valore. Poiché la proprietà privata è sacra, non si può proibire ad alcuno di comprare, vendere, barattare, impegnare azioni, ecc.

Quali sviluppi abbia assunto presso le grandi banche russe questo "sistema di partecipazione", lo si può desumere dai dati di E. Agahd, che fu per quindici anni un rappresentante della Banca russo-cinese e che nel maggio 1914 pubblicò una voluminosa opera dal titolo non propriamente corretto Le grandi banche e il mercato mondiale.(*)

(*) E. Agahd, Grossbanken und Weltmarkt. Die wirtschaftliche und politische Bedeutung der Grossbanken im Weltmarkt, unter Berücksicktigung ihres Einflusses auf Russlands Volkswirtschaft und die deutsch-russischen Beziehungen, Berlino, 1914, pp. 11-17.


L'autore suddivide le grandi banche russe in due gruppi fondamentali: a) quelle che lavorano col "sistema della partecipazione"; b) quelle "indipendenti", dove però è da osservare che l'"indipendenza" è intesa soltanto come indipendenza dalle banche straniere. Il primo gruppo a sua volta è suddiviso dall'autore in tre sottogruppi: 1) partecipazione tedesca; 2) inglese; 3) francese, dove si tratta della "partecipazione" e del dominio delle grandi banche della rispettiva nazionalità. L'autore suddivide i capitali bancari a seconda che vengono impiegati "produttivamente" (commercio e industria) o "speculativamente" (nelle operazioni di Borsa e finanziarie) poiché, con la concezione riformista piccolo-borghese che gli è propria crede veramente che, permanendo il capitalismo, si potrebbero separare l'uno dall'altro questi due tipi di investimento di capitali ed eliminare il secondo. Ecco i dati di Agahd:


Attivi delle banche in milioni di rubli (bilanci all'ottobre-novembre 1913)


 

Impiego di capitale

Gruppi di banche russe

 

Produttivo

Speculativo

Totale

a1) 4 banche: Banca

Commerciale Siberiana, Russa,

Internazionale, di Sconto

 

413,7

859,1

1.272,8

a2) 2 banche: Banca Commerciale e Industriale, Russo-Inglese

 

239,3

169,1

408,4

a3) 5 banche: Banca Russo -

Asiatica, Privata di Pietroburgo,

Azov-Don, Unione di Mosca,

Commerciale Russo-Francese

 

711,8

661,2

1.373,0

(11 banche) Totale a)

 

=1.364,8

1.689,4

3.054,2

b) 8 banche: Banca Mercantile di Mosca, Volga-Kama, I. W.

Junker & Co., Commerciale di

Pietroburgo già Wawelberg,

Banca di Mosca già di Riabuscinski,

Moscovita di Sconto,

Banca Commerciale di Mosca,

Banca privata di Mosca.

 

504,2

391,1

895,3

(19 banche) Totale

 

1.869,0

2.080,5

3.949,5

 

Secondo questi dati, sui 4 miliardi di rubli che formano il capitale "operativo" delle grandi banche, più di tre quarti, più di 3 miliardi, appartengono a banche che propriamente non sono altro che "società figlie" di banche straniere, specialmente parigine (la famosa trinità bancaria: Union Parisienne, Banque de Paris et des Pays-Bas, Société Générale) e berlinesi (specie la Deutsche Bank e la Disconto-Gesellschaft). Due delle maggiori banche russe, la Banca russa per il commercio con l'estero e la Commerciale Internazionale di Pietroburgo, tra il 1906 e il 1912 hanno elevato il loro capitale da 44 a 98 milioni di rubli e le riserve da 15 a 39 milioni. Esse "lavorano per tre quarti con capitale tedesco" appartenendo la prima al consorzio della Deutsche Bank, la seconda a quello della Disconto-Gesellschaft di Berlino. Il buon Agahd s'indigna fortemente perché le banche di Berlino hanno nelle loro mani la maggior parte delle azioni e quindi gli azionisti russi sono impotenti. E naturalmente il paese che esporta il capitale si prende il meglio. Così, per esempio, la Deutsche Bank, quando portò a Berlino le azioni della Banca Commerciale siberiana, le lasciò giacere nel proprio portafoglio per quasi un anno e le vendette poi al corso di 193, contro il prezzo di emissione di 100, "guadagnando" in tale occasione circa 6 milioni di rubli, ciò che Hilferding ha chiamato "profitto di fondazione".

Agahd calcola la "potenza" complessiva delle grandi banche di San Pietroburgo in 8.235 milioni di rubli (quasi 8 miliardi e un quarto) e suddivide la "partecipazione", più esattamente il dominio delle banche straniere nel modo seguente: le banche francesi il 55%, inglesi il 10%, tedesche il 35%. Su questa somma di 8.235 milioni di capitale in funzione, secondo i calcoli dell'autore ben 3.687 milioni, cioè più del 40 % spettano ai consorzi Produgol e Prodameta,(8) come pure ai consorzi dell'industria petrolifera, metallurgica e cementiera. Sicché in Russia, in conclusione, con la formazione dei monopoli capitalisti si è sviluppata su scala immensa la fusione del capitale bancario con quello industriale.

8. Produgol: consorzio delle imprese carbonifere del bacino del Don. Prodameta: consorzio per la vendita della produzione metallurgica del sud della Russia.


Il capitale finanziario, concentrato in poche mani ed esercitando un monopolio di fatto, conseguì profitti giganteschi e sempre maggiori dalla fluttuazione delle società, dall'emissione delle azioni, dai prestiti statali, ecc. e consolida l'egemonia dell'oligarchia finanziaria, imponendo a tutta la società un tributo a favore dei detentori del monopolio. Diamo uno fra i tantissimi esempi addotti da Hilferding dei metodi degli "affari" dei trust americani.

Nel 1887 Havermeyer fondò il trust zuccheriero mediante la fusione di 15 piccole società, il cui capitale complessivo era di 6 milioni e mezzo di dollari. Il capitale del trust venne invece "annacquato" - secondo l'espressione americana - ed elevato a 50 milioni. Tale "sovracapitalizzazione" contava sui futuri profitti del monopolio allo stesso modo che sui futuri profitti monopolisti fa affidamento - sempre in America - il "trust dell'acciaio", quando compra nuovi territori con quanti più possibili giacimenti di ferro. Infatti il "trust zuccheriero", imponendo prezzi di monopolio, conseguì profitti tali da poter pagare dividendi del 10% sul capitale sette volte "annacquato", che è quanto dire circa il 70% sul capitale effettivamente versato al momento della fondazione! Nel 1909 il trust aveva un capitale di 90 milioni di dollari. Sicché in 22 anni il capitale era stato moltiplicato più di dieci volte!

In Francia, l'egemonia dell'"oligarchia finanziaria" (Contre l'oligarchie financière en France è appunto intitolato il noto libro di Lysis, di cui nel 1908 fu pubblicata la quinta edizione) ha soltanto assunto una forma leggermente diversa. Nell'emissione dei titoli le quattro maggiori banche non hanno il monopolio relativo, bensì il "monopolio assoluto".

Di fatto ciò costituisce un "trust delle grandi banche". Il monopolio assicura nelle emissioni profitti monopolisti.

Nei prestiti il paese che li contrae ordinariamente non riceve più del 90% della somma totale: il rimanente 10% tocca alle banche e agli altri intermediari. In occasione del prestito russo-cinese di 400 milioni di franchi, le banche ebbero un profitto del 8%; nel prestito russo (1904) di 800 milioni un profitto del 10%; nel prestito marocchino (1904) di 62 milioni e mezzo di franchi un profitto del 18,75%. Il capitalismo, che prese le mosse dal capitale usurario minuto, termina la sua evoluzione conducendo a un capitale usurario gigantesco. "I francesi sono gli usurai dell'Europa", dice Lysis. Per effetto di questa trasformazione del capitalismo, tutte le condizioni della vita economica soggiacciono ad un profondo mutamento. Nonostante la stagnazione del movimento della popolazione, del commercio, dell'industria e dei trasporti marittimi, il "paese" può arricchirsi a forza d'usura. "Cinquanta individui, che rappresentano un capitale di 8 milioni di franchi, possono disporre di due miliardi in quattro banche." Agli stessi risultati conduce il sistema di "partecipazione", che ormai conosciamo. Una delle maggiori banche francesi, la Société Générale, emette 64.000 obbligazioni della sua filiale Raffinerie di zucchero d'Egitto. Il corso dell'emissione è del 150%, vale a dire che la Banca guadagna 50 centesimi per ogni franco. I dividendi di questa società sono risultati fittizi e il "pubblico" ha perduto da 90 a 100 milioni di franchi. Uno dei direttori della Socíété Générale era membro dell'amministrazione delle Raffinerie. Non è da meravigliarsi che Lysis debba trarre questa conclusione: "La repubblica francese è una monarchia finanziaria!", "il totale dominio dell'oligarchia finanziaria, la quale domina sulla stampa e sul governo."(*)

(*) Lysis, Contre l'oligarcbie financière en France, 5a ed., Parigi, 1908, pp. 11, 12, 26, 39, 40, 48.


A sviluppare e a consolidare l'oligarchia finanziaria contribuisce l'altissima redditività dell'emissione di titoli, una tra le principali operazioni del capitale finanziario. "Nessun affare all'interno del paese - dice la rivista tedesca Die Bank - apporta, neppure approssimativamente, i profitti dati dalla mediazione nell'emissione di un prestito estero."(*)

(*) Die Bank, 1913, n. 7, p. 630.


"Non vi è operazione bancaria, che dia guadagni così grandi come li dà l'emissione di titoli". Il profitto nella emissione di titoli di imprese industriali, secondo i dati raccolti dal Deutsche Ökonomist, ascendeva in media negli anni:


1895 al 38,6%

1898 al 67,7%

1896 al 36,1%

1899 al 66,9%

1897 al 66,7%

1900 al 55,2%

 

"Nel decennio 1891-1900, oltre un miliardo di marchi è stato "guadagnato" soltanto sulle emissioni di titoli industriali tedeschi."(*)

(*) Stillich, op. cit., p. 143 e W. Sombart, Die Deutsche Volkswirtschaft im 19. Jahrhundert und im Anfang des 20. Jahrbunderts, 2a ed., 1909, appendice 8, p. 256.


Mentre nei periodi di prosperità industriale i profitti del capitale finanziario aumentano a dismisura, in quelli di depressione le imprese piccole e deboli vanno a picco; allora le grandi banche "partecipano" alla compera a buon mercato di queste piccole aziende o al "risanamento" e alla "riorganizzazione" di tali imprese.

Nel "risanamento" delle imprese dissestate "il capitale azionario viene svalutato, il che significa che gli utili vengono suddivisi su un capitale più ristretto. Nel caso poi che non vi sia alcun utile, viene raccolto nuovo capitale il quale, insieme a quello già posseduto e svalutato, riesce di nuovo a produrre un utile sufficiente. Va notato a questo proposito - aggiunge Hilferding - che il risanamento e la riorganizzazione hanno per le banche una duplice importanza: in primo luogo perché rappresentano affari vantaggiosi e, in secondo luogo, perché offrono loro l'occasione di assicurarsi il controllo delle aziende in difficoltà."(*)

(*) Rudolf Hilferding, op. cit., p. 152.


Ecco un esempio: la Società mineraria Union fu fondata a Dortmund nel 1872 con un capitale di circa 40 milioni di marchi. Siccome dopo il primo anno essa dette dividendi del 12% il corso delle azioni salì fino al 170%. Il capitale finanziario si prese la crema, intascando qualche cosa come 28 milioni. Nella fondazione di questa società aveva avuto parte principale la banca tedesca Disconto-Gesellschaft, quella stessa grande banca che aveva raggiunto con successo un capitale di 300 milioni di marchi. Ma in seguito i dividendi della Union si ridussero a zero. Gli azionisti dovettero consentire a un "svalutazione" di capitale, cioè a perdere una parte del loro denaro per non sacrificare tutto.

Come risultato di una serie di "risanamenti", nel corso di 30 anni scomparvero dai libri contabili della Union oltre 73 milioni di marchi. "Oggi l'azionista originario possiede soltanto il 5% del valore nominale delle azioni Union."(*)

(*) Stillich, op. cit., p. 138 e Liefmann, op. cit., p. 51.


Ma in ogni "risanamento" le banche continuarono a "guadagnare qualcosa".

Una delle più redditizie operazioni del capitale finanziario è costituita dalla speculazione fondiaria sui terreni posti nelle vicinanze di grandi città in rapido sviluppo. In questo campo il monopolio bancario si fonde col monopolio della rendita fondiaria e col monopolio dei mezzi di comunicazione, poiché l'aumento dei prezzi dei terreni, la possibilità di venderli vantaggiosamente a parcelle, ecc., dipende anzitutto dai buoni mezzi di comunicazione col centro della città e i mezzi di comunicazione si trovano nelle mani di grandi società, che a loro volta sono legate alle banche mediante il sistema della partecipazione e della distribuzione dei posti nei consigli di amministrazione.

Ne risulta ciò che è stato indicato col nome di "pantano" da L. Eschwege, collaboratore della rivista Die Bank, che ha studiato in modo speciale le operazioni di compravendita dei fondi, il loro pignoramento, ecc.: frenetica speculazione sui terreni suburbani, fallimento delle imprese edilizie, quale la ditta berlinese Boswau e Knauer che ingoiò circa 100 milioni di marchi, precisamente con l'aiuto della "sana e solida" Deutsche Bank, che naturalmente cooperò dietro le quinte secondo il sistema della "partecipazione", cioè clandestinamente, cavandosela da questo affare col sacrificio di "soli" 12 milioni, quindi fallimento dei piccoli proprietari e degli operai che non ricevettero nulla dalle fittizie ditte dell'industria edilizia, truffe stipulate con l'"onesta" polizia e amministrazione berlinese per accaparrarsi il servizio di informazioni relative ai vari appezzamenti e alle licenze rilasciate dal Consiglio comunale per la costruzione degli edifici, ecc.(*)

(*) L. Eschwege, Der Sumpf, in Die Bank, 1913, 11, p. 952 e seguenti; ibidem I, 1912, p. 223 e seguenti.


"Il costume americano", di fronte al quale i professori e i borghesi benintenzionati d'Europa levano così ipocritamente gli occhi al cielo, nell'epoca del capitale finanziario è diventato, alla lettera, il costume di ogni grande città in qualsivoglia nazione.

Al principio del 1914 si parlava a Berlino di formare un "trust dei trasporti", vale a dire di stabilire una "comunità di interessi" tra le tre imprese berlinesi di trasporti, della ferrovia elettrica cittadina, dei tram e degli autobus.

"Che esistesse tale intenzione - scriveva Die Bank - si sapeva fin dal giorno in cui fu noto che la maggioranza delle azioni della società degli autobus era passata nelle mani delle altre due società dei trasporti. Si può senz'altro concedere ai promotori di questo piano che essi mediante la regolarizzazione unitaria dei metodi di trasporto si propongano di conseguire risparmi una parte dei quali, in fin dei conti, potrebbe andare a beneficio del pubblico. Ma la questione è complicata dal fatto che dietro al trust dei trasporti in via di formazione esistono delle banche, le quali volendo possono porre i mezzi di comunicazione da loro monopolizzati a servizio dei propri interessi di speculazione fondiaria.

Per convincersi della veridicità di tale supposizione, basta ricordarsi come, già al momento della fondazione della Società per la ferrovia elettrica, vi fossero implicati gli interessi della grande banca che ne aveva favorito la fondazione. E precisamente gli interessi di quell'impresa di trasporto s'intrecciano con gli interessi della speculazione fondiaria.

Il fatto è che dalla linea orientale della ferrovia elettrica furono fatti percorrere terreni i quali, dopo che fu assicurata la costruzione della ferrovia, furono venduti dalla banca con grande beneficio per sé e per alcuni altri compartecipi dell'affare…"(*)

(*) Verkehrstrust, in Die Bank, I, 1914, pp. 89-90.


Il monopolio, non appena creato, dispone di miliardi, penetra necessariamente tutti i campi della vita pubblica, indipendentemente dalla forma di governo e da altri consimili "particolari". Gli scrittori tedeschi di economia politica sono generosi di incensamenti all'onestà dei funzionari prussiani e di riprovazione all'indirizzo del "panamismo" (9) francese o della corruzione americana.

9. Nello scandalo (1888) seguito al fallimento della compagnia francese Lesseps che aveva condotto i lavori del canale di Panama, furono implicati, come è noto, Clemenceau, Loubet ed altri uomini politici.


Ma è un fatto che perfino la letteratura borghese sul sistema bancario tedesco è costretta continuamente a uscire dalla sfera delle pure operazioni bancarie e a trattare per esempio, della "corsa verso le banche", a motivo del sempre maggior numero dei casi di passaggio di funzionari governativi al servizio delle banche. "Dove se ne va la incorruttibilità del funzionario statale, quando il suo segreto desiderio è quello di avere un posticino caldo nella Belarenstrasse [la via di Berlino dove ha sede la Deutsche Bank]?"(*) Alfred Lansburgh, editore della Die Bank, scriveva nel 1909, in un articolo su L'importanza economica del bizantinismo, che il viaggio di Guglielmo Il in Palestina e la "sua immediata conseguenza, la ferrovia di Baghdad, questa fatale opera grandiosa dello spirito d'iniziativa tedesco" furono più di tutti gli altri errori politici messi insieme, responsabili dell'"accerchiamento" (*) (per accerchiamento s'intende la politica di Edoardo VII, rivolta ad isolare la Germania e a circondarla di un anello di alleanze imperialiste antitedesche). Il già menzionato collaboratore della stessa rivista L. Eschwege, nell'articolo Plutocrazia e burocrazia (1912), svela ad esempio il caso del funzionario statale tedesco Völker che, essendo membro della commissione per i cartelli, si distinse per la sua energia e poco dopo risultò detentore di un lucroso posticino nel cartello più potente: il consorzio dell'acciaio. Simili casi costringono il nostro autore borghese ad ammettere che "già fin d'ora la libertà economica garantita dalla Costituzione tedesca, in molti campi della vita economica del paese non è che una frase priva di contenuto" e che, dato l'esistente dominio della plutocrazia, "neppure la più ampia libertà politica può salvarci dal diventare un popolo di uomini non liberi…"(*)

(*) Lansburgh A., Der Zug zur Bank, in Die Bank, 1909, I, p. 79.


(*) Lansburgh A., Der Zug zur Bank, op. cit., I, p. 301.


(*) Die Bank, 1912, II, p. 835; 1913, II, p. 962.


Per quanto riguarda la Russia, vogliamo limitarci a un solo esempio. Alcuni anni fa tutti i giornali riportarono la notizia che Davidov, il direttore dell'Ufficio di credito del Tesoro, lasciava il suo incarico e accettava un impiego in una grande banca con uno stipendio che, secondo il contratto, in alcuni anni doveva salire ad oltre un milione di rubli. L'Ufficio di credito è un'istituzione che ha il compito di "unificare l'attività di tutti gli istituti di credito del paese" e che concede alle banche della capitale sovvenzioni fino ad 800.000-1.000.000 di rubli.(*)

(*) E. Agahd, op. cit., pp. 201-202.


In generale, il capitalismo ha la proprietà di staccare il possesso del capitale dall'impiego del medesimo nella produzione, di staccare il capitale liquido dal capitale industriale e produttivo, di separare il rentier, che vive soltanto del profitto tratto dal capitale liquido, dall'imprenditore e da tutti coloro che partecipano direttamente all'impiego del capitale. L'imperialismo, vale a dire l'egemonia del capitale finanziario, è quella fase suprema del capitalismo, in cui tale separazione raggiunge dimensioni enormi. La supremazia del capitale finanziario su tutte le rimanenti forme del capitale significa il predominio del rentier e dell'oligarchia finanziaria e la selezione di pochi Stati finanziariamente più "forti" degli altri. In quali proporzioni si verifichi tale processo, ci è mostrato dalla statistica delle emissioni di titoli di ogni specie.

Nel Bollettino dell'Istituto statistico internazionale, il Neymarck (*) pubblicò sulle emissioni di tutto il mondo i dati più circostanziati, completi e controllabili, che in seguito vennero spesso parzialmente riprodotti nelle pubblicazioni di economia politica. Ecco per quattro decenni, dal 1870 al 1910, la somma delle emissioni in miliardi di franchi:


1871-1880

76,1

1881-1890

64,5

1891-1900

100,4

1901-1910

197,8

 

(*) Bulletin de l'Institut international de statistique, vol. XIX, libro II, L'Aia, 1912. I dati sui piccoli Stati (colonna a destra) sono quelli del 1902 aumentati del 20%.


Nel 1870-1880 la somma dei titoli emessi era alta in tutto il mondo, specialmente a causa dei prestiti connessi alla guerra franco-prussiana e al successivo periodo di intensa speculazione finanziaria in Germania. Nel corso degli ultimi tre decenni del secolo XIX in complesso l'aumento è poco rapido e solo col primo decennio del secolo XX si ha un enorme aumento, quasi un raddoppiamento. Pertanto, l'inizio del secolo XX rappresenta un'epoca che segna una svolta non solo, come già si è detto, nei riguardi dell'incremento dei monopoli (cartelli, sindacati, trust) ma anche nei riguardi dell'incremento del capitale finanziario. Neymarck calcola all'incirca in 815 miliardi di franchi la somma totale dei titoli emessi di tutto il mondo nel 1910. Sottraendo in modo approssimativo i duplicati, questa somma si riduce a 575-600 miliardi. Calcolando 600 miliardi, ecco la distribuzione secondo i paesi:


Ammontare dei titoli nel 1910

(in miliardi di franchi)

Inghilterra

142

479

Stati Uniti

132

Francia

110

Germania

95

Russia

31


Austria-Ungheria

24


Italia

14


Giappone

12


Olanda

12,5


Belgio

7,5


Spagna

7,5


Svizzera

6,25


Danimarca

3,75


Svezia, Norvegia, Romania, ecc.

2,5


Totale franchi

600 miliardi


 

Ci accorgiamo subito da questi dati quanto è netto il distacco tra i quattro paesi capitalisti più ricchi, che posseggono titoli per un importo di circa 100-150 miliardi di franchi ciascuno e gli altri paesi. Tra quelli, due sono i paesi capitalisti più ricchi di colonie, cioè l'Inghilterra e la Francia; gli altri due sono i paesi capitalisti più progrediti in rapporto alla rapidità di sviluppo e all'ampiezza di diffusione del monopolio capitalista della produzione, cioè gli Stati Uniti e la Germania. Questi quattro paesi insieme posseggono 479 miliardi di franchi, vale a dire circa l'80% del capitale finanziario internazionale. Quasi tutto il resto del mondo, in questa o quella forma, fa la parte del debitore o tributario di questi Stati - che fungono da banchieri internazionali - di queste quattro "colonne" del capitale finanziario mondiale.

Dobbiamo ora esaminare con particolare attenzione la parte che nella creazione della rete internazionale della dipendenza e dei nessi del capitale finanziario è rappresentata dall'esportazione del capitale.



4. L'esportazione del capitale

Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l'esportazione di merci; per il moderno capitalismo, sotto il dominio dei monopoli è diventata caratteristica l'esportazione di capitale.

Il capitalismo è la produzione mercantile al suo massimo grado di sviluppo, quando anche la forza-lavoro è diventata una merce. Segno caratteristico del capitalismo è l'aumento dello scambio delle merci all'interno del paese così come, specialmente, sul mercato internazionale. Nel capitalismo sono inevitabili la disuguaglianza e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di singoli paesi. Prima di tutti divenne paese capitalista l'Inghilterra e questa intorno alla metà del secolo XIX, quando introdusse il libero commercio, pretendeva di esercitare la funzione di "opificio di tutto il mondo", di rifornire di prodotti manufatti tutti i paesi, che in cambio dovevano fornirle materie prime. Ma questo monopolio dell'Inghilterra era già profondamente indebolito nell'ultimo quarto del secolo XIX poiché una serie di paesi, riparandosi con dazi "protettivi", si svilupparono come paesi capitalisti indipendenti. Verso la fine del secolo XX troviamo la formazione di nuovi tipi di monopolio; in primo luogo i consorzi monopolisti dei capitalisti in tutti i paesi a capitalismo progredito, in secondo luogo la posizione monopolista dei pochi paesi più ricchi, nei quali l'accumulazione del capitale ha raggiunto dimensioni gigantesche. Sorse nei paesi più progrediti un'enorme "eccedenza di capitale".

Senza dubbio se il capitalismo fosse in grado di sviluppare l'agricoltura - che attualmente è rimasta dappertutto assai indietro rispetto all'industria - e potesse elevare il tenore di vita delle masse popolari che, nonostante i vertiginosi progressi tecnici, vivacchiano dappertutto nella miseria e quasi nella fame, non si potrebbe parlare di un'eccedenza di capitale. E questo appunto è l'"argomento" sollevato di solito dai critici piccolo-borghesi del capitalismo. Ma in tal caso il capitalismo non sarebbe più tale, perché tanto la disuguaglianza di sviluppo che lo stato di fame parziale delle masse sono essenziali e inevitabili condizioni e premesse di questo modo di produzione. Finché il capitalismo resta tale, l'eccedenza dei capitali non sarà impiegata per elevare il tenore di vita delle masse del rispettivo paese, perché ciò significherebbe diminuzione dei profitti dei capitalisti, ma per elevare tali profitti mediante l'esportazione di capitali all'estero nei paesi arretrati. In questi ultimi il profitto è di solito elevato, poiché vi sono pochi capitali, il terreno è relativamente a buon mercato, i salari bassi e le materie prime a poco prezzo. La possibilità dell'esportazione di capitali è assicurata dal fatto che una serie di paesi arretrati è già attratta nell'orbita del capitalismo mondiale, che in essi sono già state aperte le principali linee ferroviarie o ne è almeno iniziata la costruzione, sono assicurate le condizioni elementari per lo sviluppo dell'industria, ecc. La necessità dell'esportazione del capitale è creata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato "più che maturo" e al capitale (data l'arretratezza dell'agricoltura e la povertà delle masse) non rimane più campo per un investimento "redditizio".

Le cifre seguenti mostrano approssimativamente l’ammontare del capitale esportato all'estero dai tre principali paesi europei:(*)

(*) Hobson, Imperialism, op. cit., p. 58; Riesser, op. cit., pp. 395 e 404; P. Arndt, in Weltwirtschaftliches Archiv vol. VII, 1916, p. 35; Neymarck nel Bulletin de l'Insinut international de statistique; Hilferding, op. cit., p. 437 [trad. it. op. cit., p. 407 e seguenti]; Lloyd George, discorso alla Camera dei Comuni, 4 maggio 1915, pubblicato nel Daily Telegraph, 5 maggio 1915; B. Harms, Probleme der Weltwirtschaft, Jena, 1912, p. 235 e seguenti; Dr. Siegmund Schilder, Entwicklungstendenzen der Weltwirtschaft, vol. I, Berlino, 1912, p. 150; George Paish, Great Britain's Capital Investments ecc., nel Journal of the Royal Statistical Society, vol. LXXIV, 1910-11, p. 16 e seguenti; Georges Diouritch, L'expansion des banques allemandes à l'étranger, ses rapports avec le développement économique de l'Allemagne, Parigi, 1909, p. 84.




Capitale esportato all'estero (in miliardi di franchi)

Anno

Inghilterra

Francia

Germania

1862

3,6

-

-

1872

15

10 (1869)

-

1882

22

15 (1880)

?

1893

42

20 (1890)

?

1902

62

27-37

12,5

1914

75-100

60

44

 

Da questo quadro rileviamo che l'esportazione del capitale ha assunto dimensioni gigantesche soltanto all'inizio del XX secolo. Prima della guerra {la Prima Guerra Mondiale} il capitale investito all'estero dai principali paesi d'Europa ammontava a 175-200 miliardi di franchi. La rendita di questi capitali, calcolandola modestamente al 5% doveva ammontare a 8-10 miliardi all'anno. Quale solida base per l'oppressione imperialista e lo sfruttamento della maggior parte delle nazioni della terra per opera del parassitismo capitalista di un pugno di Stati più ricchi!

Com'è distribuito questo capitale investito all'estero tra i vari paesi? Dove è esportato? A tali quesiti si può dare soltanto una risposta approssimativa, la quale tuttavia può illustrare alcuni reciproci rapporti e nessi generali del moderno imperialismo.


Parti del mondo nelle quali (approssimativamente) sono distribuiti i capitali esteri

(intorno al 1910, in miliardi di marchi)

 

Inghilterra

Francia

Germania

Totale

Europa

4

23

18

45

America

37

4

10

51

Asia, Africa, Australia

29

8

7

44

Totale

70

35

35

140


I principali campi di investimento del capitale inglese sono i possedimenti coloniali, assai vasti anche in America (ad esempio il Canada), per non parlare dell'Asia, ecc. Qui la gigantesca esportazione di capitali è strettamente connessa con le immense colonie della cui importanza dovrò ancora parlare. Altrimenti stanno le cose per la Francia.

Questa ha esportato il suo capitale in Europa e principalmente in Russia (non meno di 10 miliardi di franchi): inoltre, si tratta principalmente di capitali impiegati in prestiti e specialmente in prestiti statali e non di capitale impiegato in imprese industriali. A differenza dell'imperialismo coloniale inglese, quello francese potrebbe chiamarsi imperialismo usuraio.

In Germania troviamo un terzo tipo di imperialismo: i possedimenti coloniali della Germania non sono grandi e il suo capitale d'esportazione si distribuisce in misura più eguale tra l'Europa e l'America.

L'esportazione di capitali influisce e accelera lo sviluppo del capitalismo nei paesi nei quali affluisce. Pertanto se tale esportazione, sino a un certo punto, può determinare una stasi nello sviluppo nei paesi esportatori, tuttavia non può non dare origine a una più elevata e intensa evoluzione del capitalismo in tutto il mondo.

I paesi esportatori di capitale hanno quasi sempre la possibilità di godere certi "vantaggi", la cui natura pone in chiara luce gli specifici caratteri dell'epoca del capitale finanziario e dei monopoli. Per esempio la Die Bank di Berlino nell'ottobre 1913 scriveva quanto segue: "Da qualche tempo sul mercato internazionale del capitale viene rappresentata una commedia degna di Aristofane. Numerosi Stati esteri, dalla Spagna ai paesi balcanici, dalla Russia all'Argentina, al Brasile e alla Cina, si presentano apertamente o in modo mascherato ai grandi mercati del denaro con richieste di prestiti, alcune delle quali sono estremamente insistenti. Veramente i mercati del denaro non si trovano ora in condizioni particolarmente buone ed anche le prospettive politiche sono tutt'altro che rosee. Tuttavia nessuno dei mercati del denaro osa respingere le richieste straniere, per paura che il vicino lo possa precedere, concedendo i crediti e assicurandosi così il diritto a certi reciproci servizi. Infatti in questi affari internazionali tocca sempre qualche cosa ai creditori: un vantaggio di politica commerciale, un giacimento di carbone, la costruzione di un porto, una cospicua concessione, una commissione di cannoni."(*)

(*) Die Bank, 1913, II, pp. 1024-1025.


Il capitale finanziario ha creato l'epoca dei monopoli e questi recano ovunque con sé princìpi monopolisti: al posto della concorrenza sul libero mercato, appare l'uso delle "buone relazioni" allo scopo di concludere affari redditizi.

La cosa più frequente nella concessione di crediti è quella di mettere come condizione che una parte del denaro prestato debba venire impiegato nell'acquisto di prodotti del paese che concede il prestito, specialmente di materiale da guerra, navi, ecc. La Francia negli ultimi due decenni (1890-1910) è spesso ricorsa a tale mezzo. L'esportazione di capitale all'estero diventa un mezzo per favorire anche l'esportazione delle merci. In tale campo i contratti, specialmente tra i grandi imprenditori, sono di natura tale da "rasentare i limiti della corruzione", come si esprime "benevolmente" Schilder.(*)

(*) Schilder, op. cit., vol. I, pp. 346, 349, 350 e 371.


Krupp in Germania, Schneider in Francia, Armstrong in Inghilterra, sono i tipi delle aziende che stanno in intimi rapporti con le grandi banche e coi governi e in occasione di prestiti non si lasciano "trascurare".

La Francia concedendo prestiti alla Russia la "strozzò" col trattato commerciale del 16 dicembre 1905, costringendola a certe concessioni fino al 1917; e lo stesso avvenne con il trattato di commercio concluso col Giappone il 19 agosto 1911.

La guerra doganale tra Austria e Serbia che durò, con una interruzione di soli sette mesi, dal 1906 al 1911, fu provocata in parte dalla concorrenza tra Austria e Francia per la fornitura del materiale da guerra alla Serbia. Nel gennaio 1912 Paul Deschanel dichiarò alla Camera francese che dal 1908 al 1911 le aziende francesi avevano fornito materiale da guerra alla Serbia per 45 milioni di franchi.

Un rapporto del console austro-ungarico di San Paolo (Brasile) dichiara: "La costruzione delle ferrovie brasiliane si compie principalmente con capitali francesi, belgi, britannici e tedeschi; questi paesi, nel finanziare le ferrovie, pongono come condizione la fornitura di materiale ferroviario."

In tal modo il capitale finanziario stende letteralmente, si può dire, i suoi tentacoli in tutti i paesi del mondo. A tale riguardo, rappresentano una parte importantissima le banche fondate nelle colonie e le loro filiali. Gli imperialisti tedeschi guardano con invidia i "vecchi" paesi coloniali, i quali in questo campo hanno ottenuto un particolare "successo" nel provvedere per sé stessi. Nel 1904 l'Inghilterra possedeva 50 banche coloniali con 2.279 succursali (nel 1910: 72 con 5.449 succursali); la Francia 20 con 136 succursali; l'Olanda 16 con 68 e la Germania "soltanto" 13 con 70 succursali.(*)

(*) Riesser, op. cit., 4a ed., pp. 374-375; Diouritch, op. cit., p. 283.


I capitalisti americani, a loro volta, invidiano gli inglesi e i tedeschi.

"Nell'America del Sud - essi lamentavano nel 1915 - 5 banche tedesche hanno 40 succursali e 5 inglesi ne hanno 70. Negli ultimi venticinque anni l'Inghilterra e la Germania hanno investito circa 4 miliardi di dollari nell'Argentina, nel Brasile, nell'Uruguay e il risultato è che esse godono del 46% dell'intero commercio di questi paesi."(*)

(*) The Annals of the American Academy of Political and Social Science, vol. LIX, maggio 1915, p. 301. Nella stessa pubblicazione leggiamo a p. 331 che il noto studioso di statistica Paish, nell'ultimo numero del giornale finanziario The Statist, calcolava a 40 miliardi di dollari, cioè a 200 miliardi di franchi-oro, il totale del capitale esportato dall'Inghilterra, Germania, Francia, Belgio e Olanda.


I paesi esportatori di capitali si sono spartiti il mondo sulla carta, ma il capitale finanziario ha condotto anche a una divisione del mondo vera e propria.



5. La spartizione del mondo tra le associazioni capitaliste

Le associazioni monopoliste dei capitalisti - cartelli, consorzi, trust - anzitutto si spartiscono tra di loro il mercato interno e ottengono più o meno il totale possesso dell'industria del proprio paese. Ma in regime capitalista il mercato interno è inevitabilmente connesso col mercato esterno. Da lungo tempo il capitalismo ha creato un mercato mondiale. Man mano che l'esportazione dei capitali cresceva e le relazioni estere e coloniali e le "sfere d'influenza" delle grandi associazioni monopoliste si allargavano, "naturalmente" si procedeva sempre più verso accordi internazionali tra di esse e verso la creazione di cartelli mondiali.

Questo è una nuova fase della concentrazione mondiale del capitale e della produzione, un gradino molto più elevato del precedente. Vediamo ora come questo super monopolio si sviluppa.

L'industria elettrica è quella che meglio di ogni altra rappresenta gli ultimi progressi compiuti dalla tecnica e dal capitalismo tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX. Essa si è sviluppata con maggior forza nei due nuovi paesi capitalisti più progrediti, gli Stati Uniti e la Germania. In Germania specialmente la crisi del 1900 esercitò una grande influenza sull'incremento della concentrazione in questo campo. Le banche, già abbastanza fuse con l'industria, durante questa crisi accelerarono e approfondirono in altissimo grado la rovina delle imprese relativamente piccole e l'assorbimento di esse nelle grandi aziende.

"Le banche - scrive Jeidels - toglievano i loro aiuti proprio alle imprese più bisognose di capitale, promuovendo così dapprima un rialzo pazzesco e poi un fallimento disperato delle società non legate ad esse strettamente."(*)

(*) Jeidels, op. cit., p. 232.


Da ciò seguì che dopo il 1900 la concentrazione procedette a passi da gigante. Prima del 1900 esistevano nell'industria elettrica sette od otto "gruppi" formati ciascuno da parecchie società (in tutto 28) e sostenuto ognuno da 2 a 11 banche. Verso il 1908-1912 questi gruppi si fusero in due o meglio in uno solo. Tale processo si svolse nella maniera seguente:

La famosa A.E.G. (Allgemeine Elektrizitäts-Gesellschaft – Società Generale dell'Elettricità), cresciuta in tal modo, controlla da 175 a 200 società (col sistema della "partecipazione") e, nel complesso, un capitale di circa un miliardo e mezzo di marchi. Soltanto all'estero essa ha 34 rappresentanze, fra cui 12 società per azioni in oltre 10 Stati. Già nel 1904 si calcolava che l'industria elettrica tedesca avesse investito all'estero un capitale di 233 milioni di marchi, di cui 62 milioni in Russia. S'intende che la A.E.G. rappresenta una gigantesca impresa "associata"; essa comprende non meno di 16 aziende industriali, che si occupano dei più svariati prodotti finiti a cominciare dai cavi e dagli isolatori fino alle automobili e agli aeroplani.

Ma questa concentrazione europea costituisce anche un frammento del processo americano di concentrazione.

Eccone lo svolgimento:

In tal modo sorsero due "grandi potenze" dell'elettricità: "Non vi sono sulla terra altre potenze dell'elettricità, completamente indipendenti da queste due", afferma Heining nel suo articolo "La via del trust elettrico".

Le cifre seguenti danno una idea approssimativa del giro di affari e della vastità dei trust:


Anno

Vendita di merci

in milioni di marchi

Numero degli impiegati

Profitto netto

in milioni di marchi

America:

1907

252

28.000

35,4

G.E.C. (General Electr. Co.)

1910

298

32.000

45,6

 

 

 

 

 

Germania:

1907

216

30.700

14,5

A.E.G. (Allgem. Elektr. - Ges.)

1911

362

60.800

21,7

 

Dunque, nel 1907 i due trust americano e tedesco conclusero un accordo, in forza del quale si sono spartite il mondo.

La concorrenza tra loro è eliminata. La G.E.C. "ottiene" gli Stati Uniti e il Canada; la A.E.G. "ottiene" la Germania, l'Austria, la Russia, l'Olanda, la Danimarca, la Svizzera, la Turchia e i Balcani. Particolari accordi, naturalmente segreti, regolano la posizione delle "società figlie" che penetrano in nuovi rami industriali ed in "nuovi" paesi formalmente non ancora spartiti. È convenuto lo scambio reciproco delle invenzioni e degli esperimenti.(*)

(*) Riesser, op. cit.; Diouritch, op. cit., p. 239; Kurt Heininc, art. cit., p. 474 e seguenti.


È evidente senz'altro com'è difficile la concorrenza contro questo trust, di fatto mondiale e unitario, che dispone di un capitale di vari miliardi di marchi ed ha le sue "succursali", rappresentanze, agenzie, relazioni, ecc. in tutti gli angoli della terra. Ma naturalmente la divisione del mondo tra due potenti trust non esclude che possa avvenire una nuova spartizione, non appena sia mutato il rapporto delle forze in conseguenza dello sviluppo ineguale, della guerra, del fallimento, ecc.

Un esempio istruttivo di simile nuova spartizione e delle lotte che essa provoca è offerto dall'industria del petrolio.

"Il mercato mondiale del petrolio - scriveva Jeidels nel 1905 - sostanzialmente è ancora ripartito tra due grandi gruppi finanziari: la Standard Oil Co. americana di Rockefeller e i padroni del petrolio russo di Baku, Rothschild e Nobel. Questi due gruppi stanno tra di loro in intimi rapporti, ma da alcuni anni sono minacciati nelle loro posizioni di monopolio da cinque avversari":(*)

(*) Jeidels, op. cit., pp. 192-193.


1) l'esaurimento dei campi petroliferi d'America; 2) la concorrenza della ditta Mantashev e Co. di Baku; 3) i campi petroliferi in Austria; 4) i campi petroliferi in Romania; 5) i campi petroliferi transoceanici, specialmente nelle colonie olandesi (le ricchissime aziende Samuel e Shell, legate anche al capitale inglese). Questi tre ultimi gruppi di imprese sono legati alle grandi banche tedesche con alla testa la più grande, la Deutsche Bank. Queste banche hanno promosso m modo metodico e indipendente l'industria del petrolio, per esempio in Romania, allo scopo di avere alcuni loro "propri" punti di appoggio. Nel 1907 si calcolava a 185 milioni di franchi il capitale straniero impiegato nell'industria petrolifera romena e di questi spettavano alla Germania 74 milioni.(*)

(*) Diouritch, op. cit., p. 275.


Iniziò una lotta, definita nelle pubblicazioni economiche lotta per la "spartizione del mondo". Da un lato, il "trust petrolifero" di Rockefeller voleva impadronirsi di tutto; fondò proprio in Olanda una "società figlia", andò comperando i campi petroliferi nelle Indie olandesi, allo scopo di colpire a morte il suo principale avversario, il trust anglo-olandese Shell. Dall'altro lato, la Deutsche Bank e le altre grandi banche di Berlino cercarono di "assicurarsi" la Romania e di unirla, contro Rockefeller, con la Russia. Rockefeller disponeva di un capitale molto cospicuo e di una eccellente organizzazione per i trasporti e per la consegna di petrolio ai consumatori. La lotta quindi doveva terminare e terminò nel 1907 con la completa sconfitta della Deutsche Bank alla quale non rimase altra scelta che o liquidare i suoi "interessi petroliferi" perdendo milioni o sottomettersi. La Deutsche Bank scelse quest'ultima alternativa e concluse con la Standard Oil un accordo assai svantaggioso, in base al quale la Deutsche Bank s'impegnava a "non intraprendere nulla a danno degli interessi americani", con la clausola tuttavia che il trattato avrebbe perduto il suo valore nel caso in cui la Germania avesse approvato una legge sul monopolio statale del petrolio.

E allora incominciò la "commedia del petrolio". Uno dei re della finanza tedesca, von Gwinner, direttore della Deutsche Bank, tramite il suo segretario privato Stauss iniziò una campagna a favore del monopolio statale del petrolio. L'intero gigantesco apparato della massima banca di Berlino, tutte le sue infinite "relazioni" furono messe in moto; la stampa fremeva con la sua "patriottica" indignazione contro il "giogo" del trust americano e il 15 marzo 1911 il Reichstag, quasi all'unanimità, approvò una mozione che invitava il governo a preparare un disegno di legge sul monopolio del petrolio. Il governo si attaccò all'idea diventata ormai "popolare" e sembrò riuscito il gioco della Deutsche Bank, che voleva imbrogliare i suoi contraenti americani e migliorare i propri affari. Ai magnati tedeschi del petrolio veniva l'acquolina in bocca nel pregustare i giganteschi profitti che avrebbero potuto stare alla pari con quelli dei fabbricanti russi di zucchero... Ma a questo punto le grandi banche tedesche si azzuffarono per la spartizione della preda e la Disconto-Gesellschaft svelò gli egoistici interessi della Deutsche Bank. Il governo fu allora preso da tremenda paura di fronte all'eventualità di una lotta contro Rockefeller, giacché appariva molto dubbio se, senza di lui, la Germania avrebbe potuto ottenere petrolio (la produzione della Romania era modesta). Infine sopraggiunse la questione dell'approvazione nel 1913 di uno stanziamento di un miliardo per l'armamento della Germania. Il progetto di monopolio venne abbandonato. Il "trust petrolifero" di Rockefeller, per il momento, uscì vincitore dalla lotta.

A questo proposito, la rivista berlinese Die Bank scriveva che la Germania avrebbe potuto combattere la Standard Oil soltanto mediante il monopolio della corrente elettrica e la trasformazione della forza idrica in elettricità a buon mercato.

"Ma - ha aggiunto l'autore - il monopolio dell'elettricità si avrà nel momento in cui i produttori ne avranno bisogno, cioè quando sarà imminente il prossimo grande crac dell'industria elettrica e le grandiose e costose stazioni elettriche, che ora i consorzi privati dell'industria elettrica vanno fondando dappertutto e a favore delle quali fin da oggi i consorzi sopra lodati ottengono monopoli parziali dalle città, dagli Stati, ecc., non saranno più in grado di lavorare con profitto. Allora ci si dovrà rivolgere all'energia idrica; ma questa non potrà essere trasformata in elettricità a buon mercato direttamente dallo Stato, bensì occorrerà nuovamente concederle a un "monopolio privato controllato dallo Stato", perché l'industria privata ha già concluso una serie di affari e si è riservata, contrattualmente, forti indennizzi... Così è avvenuto per il monopolio del potassio, così per quello del petrolio e così avverrà anche per quello dell'elettricità.

I nostri socialisti di Stato, che si lasciano accecare da belle teorie, dovrebbero finalmente accorgersi che in Germania i monopoli non hanno mai perseguito né lo scopo né hanno ottenuto il risultato di giovare al consumo e neppure quello di assicurare allo Stato una partecipazione ai guadagni degli imprenditori, ma sono sempre serviti soltanto a risanare, con l'aiuto dello Stato, industrie private sull'orlo del fallimento."(*)

(*) Die Bank, 1912, I, p. 1036; 1912, p. 11, 629 e seguenti; 1913, I, p. 388.


A quali preziose confessioni si vedono mai costretti gli economisti borghesi tedeschi! Osserviamo chiaramente come, nell'epoca del capitale finanziario, i monopoli statali e privati si intrecciano gli uni con gli altri e tanto gli uni quanto gli altri sono semplicemente singoli anelli della catena della lotta imperialista tra i più grandi monopolisti per la spartizione del mondo.

Anche nella navigazione mercantile la concentrazione, enormemente sviluppata, ha condotto alla spartizione del mondo. In Germania si sono distinte due maggiori società: la Hamburg-Amerika e il Norddeutscher Lloyd, ciascuna delle quali possiede un capitale di 200 milioni di marchi (in azioni e obbligazioni) e navi per un valore da 185 a 189 milioni di marchi. D'altra parte, fin dal 1° gennaio 1903 esiste in America la Compagnia internazionale per il commercio marittimo, il cosiddetto trust Morgan, è costituito; esso riunisce nove società americane ed inglesi di navigazione e dispone di un capitale di 120 milioni di dollari (480 milioni di marchi). Fin dal 1903 fu concluso un accordo tra i giganti tedeschi e il trust anglo-americano per spartirsi il mondo e dividersi il profitto. Le società tedesche rinunziarono alla concorrenza nei trasporti tra l'Inghilterra e l'America. Furono indicati con precisione i porti "assegnati" a ciascun contraente, fu creato un comitato congiunto di controllo, ecc. L'accordo fu concluso per 20 anni, con la clausola che avrebbe perduto vigore in caso di guerra.(*)

(*) Riesser, op. cit., 3a ed., pp. 114-116.


Molto istruttiva è anche la storia della creazione del Cartello Internazionale delle Rotaie. Il primo tentativo fatto dai fabbricanti di rotaie inglesi, tedeschi e belgi per costituire un simile cartello risale al 1884, cioè al periodo di una delle più forti depressioni industriali. I produttori concordarono di non farsi concorrenza nei mercati interni dei paesi contraenti e di ripartirsi i mercati esteri secondo la seguente percentuale: 66% all'Inghilterra, 27% alla Germania, 17% al Belgio. L'India fu lasciata interamente all'Inghilterra. Contro una ditta inglese rimasta fuori dall'accordo fu scatenata una guerra in comune, le cui spese dovevano esser coperte da una percentuale sulle vendite di tutti i contraenti complessivamente. Ma quando nel 1886 due ditte inglesi si ritirarono dal cartello, questo si sciolse. È significativo che durante il successivo periodo di prosperità industriale non si poté raggiungere alcun altro accordo.

All'inizio del 1904 fu fondato il consorzio tedesco dell'acciaio e nel novembre dello stesso anno fu rinnovato il Cartello Internazionale delle Rotaie sulla base delle seguenti quote: Inghilterra 53,57%, Germania 28,83%, Belgio 17,67%.

A questo accordo accedette poi la Francia con la quota del 4,8%, 5,8% e 6,4% rispettivamente nel primo, secondo e terzo anno, in aggiunta al 100% ottenendo così una somma del 104,8%, ecc. Nel 1905 vi ebbe accesso anche il trust dell'acciaio (Steel Corporation) degli Stati Uniti e furono inserite nell'accordo anche l'Austria e la Spagna.

"Oggi - scriveva nel 1910 Vogelstein - la spartizione della terra è compiuta e i grandi consumatori, in prima linea le ferrovie statali, ora che il mondo è stato ripartito senza che fossero presi in considerazione i loro interessi, possono vivere come il poeta nel regno di Giove."(*)

(*) Vogelstein, Kapitalistiche Organisationsformen ecc., p. 100.


Va ricordato anche il Consorzio Internazionale dello zinco, fondato nel 1909, che distribuì esattamente la produzione tra i cinque gruppi seguenti di fabbriche: tedesche, belghe, francesi, spagnole e inglesi. Ed ancora il trust internazionale della dinamite, "questa stretta e moderna unione - scrive Liefmann - di tutte le fabbriche tedesche di esplosivi che poi si è, per così dire, spartita il mondo con le fabbriche di esplosivi francesi ed americane, organizzate nello stesso modo."(*)

(*) Liefmann, Kartelle und Trusts, 2a ed., p. 161.


Liefmann ha calcolato per il 1897 complessivamente circa 40 cartelli internazionali ai quali partecipava la Germania e per il 1910 circa 100.

Alcuni scrittori borghesi (a cui si è unito K. Kautsky che ha completamente tradito la propria posizione marxista del 1909, per esempio) sostengono che i cartelli internazionali, poiché sono la manifestazione più evidente dell'internazionalizzazione del capitale, possono dare speranza di pace tra i popoli in regime capitalista. Quest'opinione teoricamente è decisamente assurda e praticamente un sofisma, una disonesta difesa del peggiore opportunismo.

I cartelli internazionali mostrano sino a quale punto si sono sviluppati i monopoli capitalisti e qual è il motivo della lotta tra le varie associazioni capitaliste. Quest'ultima circostanza è particolarmente importante, giacché essa soltanto ci illumina sul vero senso storico-economico degli avvenimenti. Infatti può mutare, di fatto muta continuamente, la forma della lotta, a seconda delle differenti condizioni parziali e temporanee; ma finché esistono classi non muta mai assolutamente la sostanza della lotta, il suo contenuto di classe. Certamente interessa, per esempio, alla borghesia tedesca (a cui si è unito in sostanza Kautsky coi suoi ragionamenti teorici [e di questo diremo dopo]) di nascondere il contenuto dell'odierna lotta economica (cioè la spartizione del mondo) e di mettere in evidenza ora una, ora l'altra forma della lotta. Lo stesso errore commette Kautsky. Né si tratta solo della borghesia tedesca, ma di quella di tutto il mondo.

I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie "proporzionalmente al capitale", "in proporzione alla forza", poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta con il mutare dello sviluppo economico e politico. Per capire gli avvenimenti, occorre sapere quali questioni sono risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura "puramente" economica oppure extra-economica (per esempio militare) ciò in sé è una questione secondaria, che non può mutare nulla nella fondamentale concezione dell'ultima fase del capitalismo. Sostituire la questione del contenuto della lotta e degli accordi tra le associazioni capitaliste con quella della forma di tale lotta e di tali accordi (che oggi può essere pacifica, domani bellica, dopodomani nuovamente bellica), significa cadere al livello del sofista.

L'epoca dell'ultima fase del capitalismo ci mostra come tra le associazioni capitaliste si formano determinati rapporti basati sulla spartizione economica del mondo e, di pari passo con tale fenomeno e in connessione con esso, si formano anche tra le associazioni politiche, cioè gli Stati, determinati rapporti basati sulla spartizione territoriale del mondo, della lotta per le colonie, della "lotta per le sfere d'influenza".



6. La spartizione del mondo tra le grandi potenze 

Il geografo A. Supan, nella sua opera sullo Sviluppo territoriale delle colonie europee,(*) dà il seguente prospetto di tale sviluppo alla fine del XIX secolo.

(*) A. Supan, Die territoriale Entwicklung der europäischen Kolonien, Gotha, 1906, p. 254.

Percentuale di territorio appartenente alle potenze coloniali europee (tra le quali annoveriamo gli Stati Uniti):


1876

1900

 

 

Africa

10,8%

90,4 %

aumento del

79,6 %

Polinesia

56,8%

98,9%

--

42,1 %

Asia

51,5 %

56,6%

--

5,1 %

Australia

100%

100%

--

-

America

27,5%

27,2 %

diminuzione del

0,3 %

 

"Pertanto - conclude Supan - la caratteristica di questo periodo sta nella spartizione dell'Africa e della Polinesia." Siccome in Asia ed in America non vi sono territori non occupati, cioè non appartenenti ad alcuno Stato, la conclusione di Supan va estesa dicendo che la caratteristica del periodo considerato consiste nella spartizione definitiva della terra; definitiva, non già nel senso che sia impossibile una nuova spartizione - dato che nuove spartizioni sono possibili e inevitabili - ma nel senso che la politica coloniale dei paesi capitalisti ha condotto a termine la conquista di terre non occupate sul nostro pianeta. Il mondo per la prima volta appare completamente ripartito, sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un "padrone" a un altro, ma non da un territorio non occupato a un "padrone".

Di conseguenza noi attraversiamo uno speciale periodo di politica coloniale mondiale, strettamente collegato con l'"ultima fase di sviluppo del capitalismo", con il capitale finanziario. Pertanto, è utile venire anzitutto ai dati di fatto per fissare in questo modo, con la maggiore esattezza possibile, sia la differenza di questa epoca da tutte le precedenti sia la situazione attuale. Si presentano, anzitutto, due quesiti di fatto: si può constatare nel periodo del capitale finanziario una speciale intensificazione della politica coloniale o un inasprimento della lotta per le colonie? In qual modo è momentaneamente ripartito il mondo sotto questo aspetto?

Lo scrittore americano Henry C. Morris nella sua Storia della colonizzazione (*) cerca di riunire le cifre sull'estensione dei possedimenti coloniali dell'Inghilterra, della Francia e della Germania nei vari periodi del secolo XIX.

(*) Henry C. Morris, The History of Colonization, New York, 1900, vol. Il, p. 88; 1, pp. 304, 419.

Ecco riassuntivamente i risultati:

N.B. La superficie è espressa in milioni di miglia quadrate e la popolazione in milioni


Per l'Inghilterra il periodo di enorme espansione delle conquiste coloniali cade tra il 1860 e il 1880 ed esse sono ancora considerevoli negli ultimi vent'anni del secolo XIX. Per la Francia e la Germania sono importanti specialmente questi ultimi venti anni. Abbiamo già veduto che il periodo di massimo sviluppo del capitalismo premonopolista, col predominio della libera concorrenza, cade tra nel periodo 1860-1870. Ora vediamo che specialmente dopo tale periodo inizia un immenso "sviluppo" delle conquiste coloniali e la lotta per la ripartizione territoriale del mondo diventa estremamente acuta.

È quindi fuori discussione il fatto che al trapasso del capitalismo alla fase di capitalismo monopolista finanziario è collegato un inasprimento della lotta per la ripartizione del mondo.

Hobson nella sua opera sull'imperialismo segnala particolarmente il periodo 1884-1900 come quello della maggiore "espansione" territoriale dei più importanti Stati europei. Secondo i suoi calcoli, in questo periodo l'Inghilterra acquistò 3,7 milioni di miglia quadrate con una popolazione di 57 milioni; la Francia 3,6 milioni di miglia quadrate con una popolazione di 16,7 milioni di abitanti; il Belgio 900.000 miglia quadrate con 30 milioni di abitanti e il Portogallo 800.000 miglia quadrate con 9 milioni di abitanti. La caccia alle colonie da parte di tutti gli Stati capitalisti alla fine del secolo XIX e particolarmente dal 1880 in poi è un fatto notissimo nella storia della diplomazia e della politica estera.

Durante l'apogeo della libera concorrenza in Inghilterra, tra il 1840 e il 1860, i dirigenti politici borghesi d'Inghilterra erano avversari della politica coloniale e consideravano come inevitabile ed utile la liberazione delle colonie e la loro completa separazione dall'Inghilterra. M. Beer nel suo studio sul "moderno imperialismo britannico",(*) apparso nel 1898, dice che un uomo di Stato inglese, così incline in generale all'imperialismo come Disraeli, aveva dichiarato nel 1852 che "le colonie sono pietre attaccate al nostro collo". Ma alla fine del secolo XIX gli eroi del giorno in Inghilterra erano Cecil Rhodes e Joseph Chamberlain, che propagandavano apertamente l'imperialismo e facevano la più cinica politica imperialista!

(*) Die Neue Zeit, XVI, 1898, 1, p. 302


Non è senza interesse osservare, come già allora, per questi politici dirigenti della borghesia inglese, era chiaro il nesso tra le radici per così dire puramente economiche e quelle politico-sociali del moderno imperialismo. Chamberlain predicava l'imperialismo come la "politica vera, saggia ed economica", riferendosi alla concorrenza che l'Inghilterra doveva sostenere sul mercato mondiale contro la Germania, l'America e il Belgio. La salvezza sta nei monopoli - dicevano i capitalisti - e formavano cartelli, consorzi e trust; la salvezza sta nei monopoli, facevano eco i capi politici della borghesia e si affrettavano ad arraffare le parti del mondo non ancora spartite. Cecil Rhodes, stando a quanto racconta un suo intimo amico, il giornalista Stead, avrebbe detto nel 1895, a proposito delle sue idee imperialiste: "Sono andato ieri nell'East End [quartiere operaio di Londra] a un comizio di disoccupati. Vi ho udito discorsi forsennati. Era un solo grido: pane! pane! Ci pensavo ritornando a casa e più che mai mi convincevo dell'importanza dell'imperialismo... La mia grande idea è quella di risolvere la questione sociale, cioè di salvare i quaranta milioni di abitanti del Regno Unito da una micidiale guerra civile. Noi, politici colonialisti, dobbiamo perciò conquistare nuove terre, dove dare sfogo all'eccesso di popolazione e creare nuovi sbocchi alle merci che gli operai inglesi producono nelle fabbriche e nelle miniere. L'impero - io l'ho sempre detto - è una questione di stomaco. Se non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti."(*)

(*) Die Neue Zeit, cit., p. 304.


Così parlava nel 1895 Cecil Rhodes, milionario, re della finanza e responsabile principale della guerra dell'Inghilterra contro i boeri. Ma la sua difesa dell'imperialismo è un pochetto grossolana e cinica, sebbene in sostanza non differisca dalla "teoria" dei signori Maslov, Sudekum, Potresov, David, del fondatore del marxismo russo, ecc. Cecil Rhodes non era che un socialsciovinista un poco più onesto...

Per dare un quadro per quanto possibile esatto della spartizione territoriale del mondo e dei mutamenti avvenuti in questo campo nel corso degli ultimi decenni, utilizzeremo i dati sui possedimenti coloniali di tutti gli Stati del mondo, recati da Supan nell'opera sopra citata. Supan considera gli anni 1876 e 1900. Noi considereremo l'anno 1876, assai bene scelto come quello nel quale si può considerare terminata, nel complesso, l'evoluzione del capitalismo dell'Europa occidentale nella sua fase premonopolista: inoltre, considereremo l'anno 1914 sostituendo ai dati di Supan quelli più recenti delle Tabelle geografico-statistiche di Hubner. Supan considera soltanto le colonie; noi riteniamo utile, per completare il quadro, aggiungervi riassuntivamente i dati sui paesi non coloniali, come pure sulle semicolonie, tra le quali annoveriamo la Persia, la Cina e la Turchia. La Persia è già quasi del tutto diventata colonia; la Cina e la Turchia sono sul punto di diventarlo.

Otteniamo così i seguenti risultati:

Si vede chiaramente come tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX la spartizione del mondo era oramai "completa".

I possedimenti coloniali crebbero a dismisura dopo il 1876, da 40 a 65 milioni di chilometri quadrati, cioè a più di una volta e mezzo. Questo aumento ascende per le sei grandi potenze a 25 milioni di chilometri quadrati, vale a dire una volta e mezzo la superficie della madrepatria (16 milioni e mezzo). Nel 1876 tre Stati non avevano alcuna colonia e un altro, la Francia, quasi nessuna. Nel 1914 questi quattro paesi possedevano colonie per 14,1 milioni di chilometri quadrati, cioè circa una volta e mezzo l'Europa, con una popolazione di circa 100 milioni di uomini. Pertanto l'ineguaglianza dell'estensione dei possedimenti coloniali è molto grande. Se si confrontano, per esempio, la Francia, la Germania e il Giappone, che non differiscono molto per superficie e popolazione, risulta che la Francia ha acquistato, come superficie, quasi tre volte più di colonie che la Germania e il Giappone presi insieme. Ma la Francia all'inizio del detto periodo era assai più ricca di capitale finanziario che non, forse, la Germania e il Giappone presi insieme. Oltre alle condizioni economiche e in base a queste, influiscono sulla grandezza del possesso coloniale anche le condizioni geografiche, ecc. Benché negli ultimi decenni sia avvenuto, sotto l'influenza della grande industria, dello scambio e del capitale finanziario, un forte livellamento in tutto il mondo e si siano pareggiate nei vari paesi le condizioni di economia e di vita, tuttavia persistono non poche differenze. Tra i sei paesi summenzionati troviamo dei giovani paesi capitalisti in rapidissimo progresso, come l'America, la Germania e il Giappone; altri in cui il capitalismo è vecchio e che negli ultimi tempi si sono sviluppati assai più lentamente dei primi, come la Francia e l'Inghilterra e infine un paese, la Russia, il più arretrato a livello economico, dove moderno capitalismo imperialista è, per così dire, avviluppato da una fitta rete di rapporti precapitalisti.

Accanto ai possedimenti coloniali delle grandi potenze noi abbiamo messo le piccole colonie degli Stati minori, le quali formano l'oggetto più immediato, per così dire, di una possibile e probabile nuova "spartizione" delle colonie.

Per la maggior parte questi Stati minori conservano le loro colonie soltanto grazie all'esistenza fra i grandi Stati di antagonismi d'interessi e di attriti, che impediscono un accordo per la spartizione del bottino. Per quanto riguarda gli Stati "semicoloniali", essi sono un esempio di quelle forme di transizione nelle quali ci imbattiamo in tutti i campi, così della natura come della società. Il capitale finanziario è una potenza così ragguardevole, anzi si può dire così decisiva, in tutte le relazioni economiche ed internazionali, da essere in grado di assoggettarsi anche paesi in possesso della piena indipendenza politica, come di fatto li assoggetta; ne vedremo ben presto degli esempi. Naturalmente, esso trova la maggior "comodità" e i maggiori profitti quando tale assoggettamento è accompagnato dalla perdita dell'indipendenza politica da parte dei paesi e popoli asserviti. Sotto tale rapporto i paesi semicoloniali costituiscono un caratteristico "quid medium". È chiaro che la lotta per questi paesi semicoloniali diventa particolarmente acuta nell'epoca del capitale finanziario, quando il resto del mondo è già spartito.

Politica coloniale e imperialismo esistevano anche prima dell’ultima fase del capitalismo, anzi prima del capitalismo stesso. Roma, fondata sulla schiavitù, condusse una politica coloniale ed attuò l'imperialismo. Ma le considerazioni "generali" sull'imperialismo, che dimentichino le fondamentali differenze tra le formazioni economico-sociali o le releghino nel retroscena, degenerano in vuote banalità o in vanti sul tipo del confronto tra "la grande Roma e la grande Britannia."(*)

(*) C. P. Lucas, Greater Rome and Greater Britain, Oxford, 1912, o Earl Of Cromer, Ancient and Modern Imperialism, Londra, 1910.


Perfino la politica coloniale delle precedenti fasi del capitalismo si differenzia essenzialmente dalla politica coloniale del capitale finanziario.

La caratteristica fondamentale dell’ultima fase del capitalismo è costituita dal dominio delle associazioni monopoliste dei grandi imprenditori. Tali monopoli sono specialmente solidi quando tutte le fonti di materie prime passano nelle stesse mani. Abbiamo visto lo zelo con cui le associazioni internazionali dei capitalisti si sforzano a più non posso di strappare agli avversari ogni possibilità di concorrenza, di accaparrarsi le miniere di ferro e i campi petroliferi, ecc. Soltanto il possesso coloniale assicura al monopolio, in modo assoluto, il successo contro ogni eventualità nella lotta con l'avversario, perfino contro la possibilità che l'avversario si trinceri dietro qualche legge di monopolio statale. Quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle fonti di materie prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie.

"Si può persino - scrive Schilder - azzardare l'opinione, che a taluno potrà sembrare paradossale, che in un tempo più o meno vicino l'aumento della popolazione urbana e industriale sarà ostacolato di più dalla scarsità di materie prime disponibili per l'industria che non dalla mancanza di cibo. Così scarseggiano e diventano sempre più cari il legname, il cuoio e le materie prime per l'industria tessile".

"Come esempio degli sforzi fatti dalle associazioni di industriali per conseguire, in seno alla complessiva economia mondiale, l'equilibrio tra agricoltura ed industria andrebbero ricordate la Federazione internazionale delle associazioni dei tessitori di cotone, esistente dal 1904 nei principali paesi industriali e la Federazione europea delle associazioni dei tessitori di lino, formata nel 1910 sull'esempio della precedente."(*)

(*) Schilder, op. cit., pp. 38, 42.


Senza dubbio i riformisti borghesi e fra di essi in primo luogo i kautskiani di oggi tentano di svalutare l'importanza di questi fatti rilevando che "si potrebbero" avere le materie prime sul libero mercato senza la "costosa e pericolosa" politica coloniale e che "si potrebbe" aumentare immensamente l'offerta di materie prime con il "semplice" miglioramento dell'agricoltura in generale. Ma simili rilievi, ben presto, non diventano altro che panegirici e imbellettamenti dell'imperialismo, poiché essi sono possibili in quanto non tengono conto della più importante caratteristica del capitalismo moderno: i monopoli. Il libero mercato appartiene sempre più al passato ed è sempre più ridotto dai consorzi e trust monopolisti ogni giorno che passa, mentre il "semplice" miglioramento dell'agricoltura richiede che siano migliorate le condizioni delle masse, elevati i salari e ridotti i profitti. Dove esistono, fuori che nella fantasia dei soavi riformisti, trust capaci di curarsi della situazione delle masse, anziché di conquistare colonie?

Il capitale finanziario è interessato non solo alle fonti di materie prime già scoperte, ma anche a quelle eventualmente ancora da scoprire, poiché ai nostri giorni la tecnica fa progressi vertiginosi e terreni oggi inutilizzabili possono domani essere valorizzati, appena siano stati trovati nuovi metodi (e a tal fine la grande banca può allestire speciali spedizioni di ingegneri, agronomi, ecc.) e non appena siano stati impiegati grandi capitali. Lo stesso si può dire delle esplorazioni in cerca di nuove ricchezze minerarie, della scoperta di nuovi metodi di lavorazione e di uso di questa o quella materia prima, ecc. Da ciò nasce inevitabilmente la tendenza del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico e anche il proprio territorio in generale. Nello stesso modo in cui i trust capitalizzano la loro proprietà valutandola due o tre volte il proprio valore, giacché considerano i profitti "possibili" (ma non reali) e gli ulteriori risultati del monopolio, così il capitale finanziario in generale si sforza di arraffare quanto più territorio è possibile, comunque e dovunque, in cerca soltanto di possibili fonti di materie prime, con la paura di rimanere indietro nella lotta furiosa per l'ultimo lembo della sfera terrestre non ancora diviso, per una nuova spartizione dei territori già divisi.

I capitalisti inglesi si sforzano per promuovere nella loro colonia d'Egitto la produzione del cotone, che nel 1904 su 2,3 milioni di ettari di territorio coltivato occupava 0,6 milioni di ettari, vale a dire più di un quarto; i russi fanno lo stesso nella loro colonia del Turkestan. Perché gli uni e gli altri possono così battere meglio i loro concorrenti esteri, monopolizzare più facilmente le fonti di materia prima e creare un trust tessile quanto più è possibile economico e redditizio, in cui tutti le fasi della produzione e della lavorazione del cotone saranno "combinati" e concentrati nelle mani di un gruppo di proprietari.

Anche gli interessi d'esportazione del capitale spingono alla conquista di colonie, giacché sui mercati coloniali più facilmente (e talvolta unicamente) si possono eliminare i concorrenti, col sistema del monopolio, assicurarsi le forniture, fissare in modo definitivo le necessarie "relazioni", ecc.

La sovrastruttura non economica che sorge sulla base del capitale finanziario, la sua politica e la sua ideologia, acuiscono l'impulso verso le conquiste coloniali. "Il capitale finanziario non vuole libertà, ma egemonia", dice a ragione Hilferding. E uno scrittore borghese francese, quasi a completare e sviluppare il citato pensiero di Cecil Rhodes, afferma che alle cause economiche della politica coloniale se ne aggiungono altre di natura sociale: "Per effetto delle crescenti difficoltà della vita - scrive Wahl - che non gravano soltanto sulle masse lavoratrici, ma anche sui ceti medi, in tutti i paesi dell'antica civiltà si accumulano impazienze, rancori, odio, che minacciano l'ordine pubblico; energie espulse da un determinato alveo di classe... che si devono incanalare e a cui occorre trovare impiego all'esterno del paese, affinché esse non esplodano all'interno."(*)

(*) Wahl, La France aux colonies, citato da Henri Russier, Le partage de l'Océanie, Parigi, 1905, pp. 165-166.


Quando si tratta della politica coloniale dell'imperialismo capitalista bisogna osservare che il capitale finanziario e la relativa politica internazionale, che è la lotta tra le grandi potenze per la ripartizione economica e politica nel mondo, creano tutta una serie di forme transitorie della dipendenza statale. Tale epoca è caratterizzata non soltanto dai due gruppi fondamentali di paesi, cioè paesi possessori di colonie e colonie, ma anche dalle più svariate forme di paesi asserviti che formalmente sono indipendenti dal punto di vista politico, ma che in realtà sono avviluppati da una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica. Abbiamo già accennato a una di queste forme, quella delle semicolonie. Esempio di un'altra forma di dipendenza è l'Argentina.

Schulze-Gaevernitz, nel suo libro sull'imperialismo inglese, scrive: "L'America meridionale, in particolare l'Argentina, si trova in tale stato di dipendenza finanziaria da Londra, da potersi considerare pressappoco una colonia commerciale inglese."(*)

(*) Schulze-Gaevernitz, Britischer Imperialismus und englischer Freihandel zu Beginn des 20. Jahrhunderts, Lipsia, 1906, p. 318. Le stesse cose dice Sartorius Von Waltershausen nel suo libro Das volkswirtschaftliche System der Kapitalanlage im Austande, Berlino, 1907, p. 46.


Schilder, basandosi sul rapporto del console austro-ungarico a Buenos Aires per il 1909, calcola a 8 miliardi e 750 milioni di franchi i capitali inglesi impiegati in Argentina. Si può facilmente immaginare, di conseguenza, quale influenza abbia il capitale finanziario inglese (e la sua cara "amica", la diplomazia) sulla borghesia dell'Argentina e sui circoli dirigenti della sua vita economica e politica.

Una forma un po' diversa di dipendenza finanziaria e diplomatica, pur con la indipendenza politica, ci è offerta dal Portogallo. Questo è uno Stato indipendente e sovrano, ma di fatto da oltre duecento anni, cioè dal tempo della guerra di successione spagnola (1700-1714), si trova sotto il protettorato dell'Inghilterra. L'Inghilterra assunse le difese del Portogallo e delle sue colonie per rafforzare la propria posizione nella lotta contro le sue rivali, Spagna e Francia, ottenendo in compenso privilegi commerciali, migliori condizioni per l'esportazione delle merci e specialmente del capitale nel Portogallo e nelle sue colonie e, infine, la possibilità di usarne le isole, i porti, i cavi telegrafici, ecc.(*)

(*) Schilder, op. cit., vol. I, pp. 160-161.


Simili rapporti tra i singoli grandi e piccoli Stati esistettero sempre, ma nell'epoca dell'imperialismo capitalista essi diventano sistema generale, sono un elemento essenziale della politica della "spartizione del mondo" e si trasformano in anelli della catena di operazioni del capitale finanziario mondiale.

Per concludere sulla questione della spartizione del mondo, dobbiamo ancora rilevare quanto segue. La questione della ripartizione del mondo non fu posta apertamente e risolutamente soltanto nei libri americani, dopo la guerra ispano-americana e nei libri inglesi, dopo la guerra anglo-boera, tra la fine del secolo XIX e gli inizi del XX,; non fu valutata sistematicamente soltanto nei libri dei tedeschi che vigilavano con la "massima gelosia" "l'imperialismo inglese".

Anche nella letteratura borghese francese la questione è stata posta con sufficiente precisione e ampiezza per quanto è compatibile col punto di vista borghese. Rinviamo allo storiografo francese Driault, il quale nel suo libro intitolato Problemi politici e sociali alla fine del secolo XIX, nel capitolo su Le grandi potenze e la spartizione del mondo, ha scritto quanto segue: "Negli ultimi anni tutti i territori liberi del mondo, ad eccezione della Cina, furono occupati dalle potenze d'Europa e del Nordamerica. In rapporto a tali conquiste si verificarono già vari conflitti e spostamenti d'influenza, che sono il presagio di ancor più terribili esplosioni in un prossimo avvenire. Quindi, occorre affrettarsi: le nazioni che non hanno ancora provveduto per sé stesse corrono il rischio di non ottenere più la loro parte e di non poter partecipare a quell'immenso sfruttamento della terra che sarà uno dei fattori essenziali del secolo XX. Questo è il motivo per cui negli ultimi tempi l'Europa e l'America furono colte da una vera febbre di espansioni coloniali, dall'"imperialismo", che costituisce una delle più notevoli caratteristiche dello scorcio del secolo XIX."

E l'autore ha aggiunto: "In questa spartizione della terra, in questa forsennata caccia ai tesori e ai grandi mercati della terra, la potenza relativa degli imperi fondati nel secolo XIX è assolutamente sproporzionata alla posizione che occupano in Europa le nazioni che li hanno fondati. Le potenze dominanti in Europa, gli arbitri della sua sorte non sono allo stesso modo dominanti in tutto il mondo. Quanto alla potenza coloniale, la speranza di possedere ricchezze ancora ignote si ripercuote di riflesso sulla forza relativa delle grandi potenze europee; così la questione coloniale o l'"imperialismo", se così si vuole, che ha già modificato le condizioni politiche dell'Europa medesima, le modificherà sempre più."(*)

(*) Ed. Driault, Problèmes politiques et sociaux, Parigi, 1907, p. 289.

7. L'imperialismo, particolare fase del capitalismo.

Dobbiamo ormai tentare di sintetizzare quanto sin qui abbiamo detto sull'imperialismo e di concludere.

L'imperialismo sorse dall'evoluzione e in diretta continuazione delle caratteristiche fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalista soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, quando alcune caratteristiche fondamentali del capitalismo cominciarono a trasformarsi nel loro opposto, quando le caratteristiche dell'epoca di transizione dal capitalismo a un più elevato ordinamento economico e sociale si affermarono e si rivelarono in ogni ambito.

In questo processo vi è di fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli capitalisti alla libera concorrenza capitalista. La libera concorrenza è l'elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale; il monopolio è il diretto opposto della libera concorrenza. Ma fu proprio quest'ultima che cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi e spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale, che da essa è sorto e sta crescendo il monopolio, cioè i cartelli, i consorzi, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo, di una dozzina di banche che manovrano miliardi. Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano ma coesistono, originando così una serie di aspre e intense contraddizioni, di attriti e conflitti.

Il sistema dei monopoli è il passaggio dal capitalismo a un ordinamento superiore nella economia.

Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell'imperialismo, si dovrebbe dire che l'imperialismo è la fase monopolista del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l'essenziale, cioè da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopoliste fuso col capitale delle associazioni monopoliste degli industriali e, dall'altro lato la ripartizione del mondo è la transizione dalla politica coloniale, che si è estesa senza ostacoli ai territori non ancor dominati da nessuna potenza capitalista, alla politica coloniale del possesso monopolista della superficie terrestre completamente spartita.

Ma tutte le definizioni troppo concise sono bensì comode, come quelle che compendiano l'essenziale del fenomeno in questione, ma si dimostrano tuttavia insufficienti, quando da esse debbono dedursi i tratti più essenziali del fenomeno da definire. Quindi noi - senza tuttavia dimenticare il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo - dobbiamo dare una definizione dell'imperialismo, che contenga i suoi cinque principali caratteri, cioè:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario con il capitale industriale e la formazione, sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria;

3) l'eccezionale importanza acquisita dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;

4) la formazione di associazioni monopoliste internazionali di capitalisti che si spartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitaliste.

L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, ha acquistato grande importanza l'esportazione di capitale, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalisti. Vedremo in seguito come l'imperialismo p e deve essere definito diversamente, quando non si considerino soltanto i concetti fondamentali puramente economici (ai quali si limita la riferita definizione), ma si tenga conto anche del ruolo storico che questa fase del capitalismo occupa rispetto al capitalismo in generale, oppure del rapporto che intercorre tra l'imperialismo e le due tendenze fondamentali del movimento operaio.

Occorre subito rilevare come l'imperialismo, concepito in tal senso, rappresenta una particolare fase di sviluppo del capitalismo. Per dare al lettore una rappresentazione più saldamente fondata dell'imperialismo, abbiamo appositamente cercato di citare quanti più giudizi si potevano di economisti borghesi, che si vedono costretti a riconoscere i fatti ineccepibili dell'ultima fase dell’economia capitalista. Allo stesso fine abbiamo prodotto dati statistici circostanziati, che mostrano fino a qual punto si è accresciuto il capitale bancario, ecc. e in che cosa si è manifestato il passaggio dalla quantità alla qualità, dal capitalismo altamente sviluppato all'imperialismo. Senza dubbio, tanto nella natura quanto nella società ogni limite è convenzionale e mobile, cosicché non avrebbe senso discutere, per esempio, sulla questione dell'anno e del decennio in cui l'imperialismo si è "definitivamente" costituito.

Tuttavia, bisogna discutere sulla definizione dell'imperialismo, innanzitutto con Karl Kautsky, il maggiore teorico marxista del periodo della cosiddetta II Internazionale, cioè dei 25 anni dal 1889 al 1914.

Già nel 1915 e perfino dal novembre 1914, Kautsky si schierò risolutamente contro il concetto fondamentale espresso nella nostra definizione, quando dichiarò che non bisognava intendere per imperialismo una "tappa" o fase dell'economia, bensì una politica, ben definita, una certa politica "preferita" dal capitale finanziario e che non bisognava "identificare" l'imperialismo col "moderno capitalismo", sostenendo che la questione della necessità dell'imperialismo per il capitalismo si riduce alla "più piatta tautologia", se intendiamo sotto il nome di imperialismo "tutti i fenomeni del capitalismo moderno" - i cartelli, i dazi protettivi, il dominio dei finanzieri e la politica coloniale - poiché in tal caso "naturalmente l'imperialismo è, per il capitalismo, una necessità vitale", ecc. Per esprimere con la massima esattezza il pensiero di Kautsky è meglio riportarne la definizione, la quale è diretta proprio contro la sostanza delle idee da noi svolte (poiché le obiezioni sollevate dai marxisti tedeschi, che da anni propugnavano idee simili, sono note da lungo tempo a Kautsky come obiezioni di una determinata corrente del marxismo).

Ecco la definizione kautskiana: "L'imperialismo è il prodotto del capitalismo industriale altamente sviluppato. Esso consiste nella tendenza di ciascuna nazione capitalista industriale ad assoggettarsi e ad annettersi un sempre più vasto territorio agrario [corsivo di Kautsky] senza preoccupazioni delle nazioni che lo abitano."(*)

(*) Die Neue Zeit, anno XXXII, 1913-1914, 11, p. 909 (11 settembre 1914). Si veda pure 1915-1916, 11, p. 107 e seguenti.


Questa definizione è inutile poiché è unilaterale: arbitrariamente distingue soltanto la questione nazionale (la quale del resto è della massima importanza sia in sé, che in relazione all'imperialismo), arbitrariamente ed erroneamente connette tale questione soltanto con il capitale industriale dei paesi che annettono altre nazioni e altrettanto arbitrariamente ed erroneamente mette in rilievo l'annessione di territori agrari.

L'imperialismo è la tendenza alle annessioni: a questo si riduce la parte politica della definizione kautskiana. È corretta, ma molto incompleta poiché, politicamente, imperialismo significa, in generale, tendenza alla violenza e alla reazione. Ma qui noi ci preoccupiamo specialmente del lato economico della questione, incluso da Kautsky stesso nella sua definizione. Gli errori della definizione kautskiana saltano agli occhi. Per l'imperialismo non è caratteristico il capitale industriale, ma quello finanziario. Non a caso in Francia, mentre il capitale industriale decadeva dal 1880 in poi, in particolare il rapido incremento del capitale finanziario ha determinato un'estrema intensificazione della politica annessionista (coloniale). È caratteristica dell'imperialismo la sua tendenza non soltanto ad annettere territori agrari, ma anche ad annettere regioni fortemente industrializzati (brama della Germania sul Belgio, della Francia sulla Lorena), giacché in primo luogo il fatto che la mondo è già spartito costringe quelli che progettano una nuova spartizione ad allungare le mani su paesi di qualsiasi genere e, in secondo luogo, per l'imperialismo è caratteristica fondamentale la rivalità di alcune grandi potenze in lotta per l'egemonia, cioè per la conquista di territori, diretta non tanto al proprio beneficio quanto a indebolire l'avversario e a minare la sua egemonia. Per la Germania, il Belgio ha particolare importanza come base d'appoggio per le operazioni contro l'Inghilterra; per questa a sua volta è importante Baghdad come base d'appoggio per le operazioni contro la Germania, ecc.).

Kautsky si riferisce specialmente e ripetutamente agli inglesi, i quali avrebbero fissato il significato puramente politico del concetto di imperialismo appunto nel senso sostenuto dallo stesso Kautsky. Prendiamo l'Imperialismo dell'inglese Hobson, pubblicato nel 1902: "Il nuovo imperialismo si distingue dal vecchio in primo luogo per il fatto di aver sostituito alle tendenze di un solo impero in continua espansione la teoria e la prassi di imperi gareggianti, ciascuno dei quali è mosso dagli stessi avidi desideri di espansione politica e di vantaggi commerciali; in secondo luogo per il dominio degli interessi finanziari, ossia degli interessi che si riferiscono al collocamento di capitale, sugli interessi commerciali."(*)

(*) Hobson, op. cit., Londra, 1902, p. 324.


Kautsky, come si vede, si sbaglia assolutamente a richiamarsi agli inglesi in generale, o almeno avrebbe dovuto chiamare in suo aiuto soltanto gli imperialisti inglesi più volgari o i diretti panegiristi dell'imperialismo. Kautsky, che pretende di continuare nella difesa del marxismo, di fatto fa un passo indietro in confronto del social-liberale Hobson, il quale molto più giustamente prende in considerazione due "concrete peculiarità storiche" (la definizione di Kautsky, invece, si beffa della concretezza storica!) del moderno imperialismo e cioè: 1) la concorrenza di numerosi imperialismi; 2) la prevalenza del finanziere sul commerciante. Mentre se si trattasse soprattutto della annessione di territori agricoli per opera di paesi industriali il commerciante avrebbe la funzione più importante.

La definizione di Kautsky non soltanto è erronea e non marxista, ma serve di base a tutto un sistema di concezioni che sono in aperto contrasto con la teoria e la prassi marxista. Di ciò riparleremo in seguito. È priva di qualunque serietà la disputa sollevata da Kautsky la quale ha per oggetto soltanto delle parole: se l'ultima fase del capitalismo debba denominarsi "imperialismo" oppure "fase del capitalismo finanziario". Comunque lo si voglia denominare, è lo stesso. L'essenziale è che Kautsky separa la politica dell'imperialismo dalla sua economia interpretando le annessioni come la politica "preferita" del capitale finanziario e contrapponendo ad essa un'altra politica borghese senza annessioni che sarebbe, secondo lui, possibile sulla stessa base del capitale finanziario. Si avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una politica non monopolista, senza violenza, non annessionista; che la ripartizione territoriale del mondo, ultimata appunto nell'epoca del capitale finanziario e costituente la base della originalità delle odierne forme di gara tra i maggiori Stati capitalisti, sarebbe compatibile con una politica non imperialista. in tal modo si velano e si attutiscono i fondamentali contrasti che esistono in seno all’ultimo stadio del capitalismo, anziché svelarne la profondità. Invece del marxismo si ha del riformismo borghese.

Kautsky polemizza contro i ragionamenti, altrettanto goffi quanto cinici, del panegirista tedesco dell'imperialismo e delle annessioni Cunow, il quale argomenta così: l'imperialismo è il moderno capitalismo; lo sviluppo del capitalismo è inevitabile e progressivo; dunque l'imperialismo è progressivo, quindi dobbiamo strisciare servilmente davanti ad esso ed esaltarlo. Ciò ricorda la caricatura che i populisti nel 1894-1895 facevano dei marxisti russi, dicendo che poiché questi ultimi ritenevano inevitabile e progressivo il capitalismo in Russia, dovevano aprir bottega e dedicarsi ad impiantarvelo. Kautsky "obietta" a Cunow: no, l'imperialismo non è il capitalismo moderno, ma semplicemente una forma della politica del moderno capitalismo e noi possiamo e dobbiamo combattere tale politica, dobbiamo combattere contro l'imperialismo, contro le annessioni, ecc.

L'obiezione sembra abbastanza plausibile e tuttavia essa non è che una più raffinata e coperta (e perciò più pericolosa) propaganda per la conciliazione con l'imperialismo, poiché una "lotta" contro la politica dei trust e delle banche che non colpisca le basi economiche dei trust e delle banche si riduce ad un pacifismo e riformismo borghese condito di quieti quanto pii desideri. Un saltare a piè pari gli antagonismi esistenti, un dimenticare i più importanti contrasti, invece di svelarli in tutta la loro profondità; ecco la teoria di Kautsky, la quale non ha niente in comune col marxismo. Ed è comprensibile che una tal "teoria" non può servire che a difendere l'accordo con i Cunow.

"Dal punto di vista strettamente economico - scrive Kautsky - non si può escludere che il capitalismo attraverserà ancora una nuova fase: quella cioè dell'estensione della politica dei cartelli nella politica estera. Si avrebbe allora la fase dell'ultra-imperialismo",(*) cioè del superimperialismo, della unione degli imperialismi di tutto il mondo e non della guerra tra essi, la fase della fine della guerra in regime capitalista, la fase "dello sfruttamento collettivo del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato."(*)

(*) Die Neue Zeit, anno XXXII, 1913-1914, 11, p. 921 (11 settembre 1914). Si veda pure 1915-1916, Il, p. 107 e seguenti.


(*) Die Neue Zeit, anno XXXIII, I, p. 144 (30 aprile 1915).


Dovremo occuparci più avanti di questa "teoria dell'ultra-imperialismo" per dimostrare esattamente sino a qual punto, come decisamente e irrimediabilmente, essa è in contrasto con il marxismo. Per rimanere fedeli a tutta l'impostazione del presente saggio, anzitutto vogliamo esporre i precisi dati economici della questione. È possibile un "ultra-imperialismo" dal "punto di vista strettamente economico", oppure esso non rappresenta che un'ultra-stupidità?

Se il punto di vista "puramente economico" deve essere inteso come una "pura" astrazione, allora tutto ciò che si può dire si riduce alla tesi seguente: lo sviluppo si muove nella direzione dei monopoli e quindi verso un unico monopolio mondiale, un unico trust mondiale. Ciò è indubbiamente esatto, ma senza significato, come sarebbe l'affermazione che "lo sviluppo si muove" verso la produzione delle derrate alimentari nei laboratori. In questo senso, la "teoria"dell'ultra-imperialismo è una sciocchezza come sarebbe quella dell'ultra-agricoltura.

Se invece parliamo delle condizioni "puramente economiche" dell'epoca del capitale finanziario come epoca storicamente concreta, che coincide con gli inizi del secolo XX, allora otteniamo la migliore risposta alla morta astrazione dell'"ultra-imperialismo" (la quale serve soltanto allo scopo reazionario di distogliere l'attenzione dalla gravità degli antagonismi esistenti), contrapponendole la concreta realtà economica dell'economia mondiale contemporanea. Le chiacchiere insulse di Kautsky sull'ultra-imperialismo favoriscono, tra l'altro, una idea profondamente falsa e volta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell'imperialismo, cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe le sperequazioni e le contraddizioni in seno all'economia mondiale mentre, in realtà, le acuisce.

R. Calwer, nella sua breve Introduzione all'economia mondiale,(*) ha fatto il tentativo di raccogliere i dati più importanti, puramente economici, che ci consentono di ricavare un'idea concreta dei rapporti reciproci in seno all'economia mondiale verso la fine del XX secolo. Egli suddivide il mondo in cinque "principali aree economiche": 1) l'Europa centrale (tutta l'Europa tranne la Russia e l'Inghilterra); 2) quella britannica; 3) quella russa; 4) quella dell'Asia orientale; 5) l'America. Inoltre le colonie sono incluse nelle "aree" degli Stati cui esse appartengono e sono "lasciati fuori dal calcolo" alcuni pochi paesi, per esempio la Persia, l'Afghanistan, l'Arabia, in Asia; il Marocco, l'Abissinia, in Africa, ecc.

(*) R. Calwer, Einfübrung in die Weltwirtschaft, Berlino, 1906.


Ecco, in forma riassuntiva, i dati economici forniti dal Calwer sulle aree sopra citate:


(*) Le cifre fra parentesi si riferiscono alla superficie e alla popolazione delle colonie.


Abbiamo qui tre aree di elevato sviluppo capitalista (forte sviluppo tanto dei trasporti quanto del commercio e dell'industria): quelle dell'Europa centrale, la britannica e l'americana; e in esse tre Stati che dominano il mondo, cioè la Germania, l'Inghilterra e gli Stati Uniti. La rivalità imperialista e la lotta tra questi paesi è inasprita in modo particolare dal fatto che la Germania possiede un ristretto territorio e poche colonie; l'"Europa centrale" appartiene al futuro e sta nascendo in mezzo a una lotta disperata. Per il momento la caratteristica di tutta l'Europa è il frazionamento politico. Invece, tanto nel territorio britannico quanto in quello americano è assai forte la concentrazione politica; ma v'è enorme sproporzione tra le estese colonie del territorio britannico e le insignificanti dell'americano. Frattanto, nelle colonie il capitalismo ha appena cominciato a svilupparsi. La lotta per l'America del Sud diventa sempre più aspra.

In due aree lo sviluppo capitalista è debole: quella russa e quella dell'Asia orientale. Nella prima si ha scarsa densità di popolazione; nella seconda, densità altissima; nella prima è grande la concentrazione politica, che manca interamente nella seconda. Incomincia appena la spartizione della Cina, che diventa oggetto di lotte sempre più aspre tra il Giappone, gli Stati Uniti, ecc.

Ora paragoniamo questa realtà, con le sue immense varietà di condizioni politiche ed economiche, con la sua sproporzione estrema tra la rapidità di sviluppo dei vari paesi, ecc. e la lotta furiosa tra gli Stati imperialisti, alla stupida favola kautskiana del "pacifico" ultra-imperialismo! Questo non è forse il tentativo reazionario di un filisteo impaurito per sfuggire alla tempestosa realtà? I cartelli internazionali, considerati da Kautsky come germi dell'"ultra-imperialismo" (così come la produzione delle pastiglie nutritive nei laboratori "può" essere proclamata il germe dell'ultra-agricoltura!), non ci offrono forse l'esempio della spartizione e nuova ripartizione del mondo, del passaggio dalla ripartizione pacifica alla non pacifica e viceversa? Forse il capitale finanziario americano e d'altra nazionalità, che ha ripartito già il mondo in via pacifica con la partecipazione della Germania - per esempio con il Consorzio Internazionale delle rotaie e col trust internazionale della marina mercantile - non ripartisce ora nuovamente il mondo intero sulla base di nuovi rapporti di forza che vanno modificandosi in maniera tutt'altro pacifica?

Il capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell'economia mondiale.

Ma non appena i rapporti di forza sono modificati, in quale altro modo in regime capitalista si possono risolvere i contrasti se non con la forza? Nelle statistiche sulle ferrovie troviamo dati eccezionalmente precisi indicanti la diversa rapidità di sviluppo del capitalismo e del capitale finanziario nell'economia mondiale.(*)

(*) Statistisches Jahrbuch für das Deutsche Reick, 1915, appendice, pp. 46-47; Archiv für Eisenbahnwesen,


Negli ultimi decenni di sviluppo imperialista la lunghezza delle linee ferroviarie si modificò nel modo seguente:



Come si vede, lo sviluppo della rete ferroviaria fu più rapido nelle colonie e negli Stati indipendenti (e semindipendenti) d'Asia e d'America. È noto che qui domina incontrastato il capitale finanziario dei quattro o cinque maggiori Stati capitalisti. 200.000 chilometri di nuove ferrovie nelle colonie e negli altri paesi d'Asia e d'America vogliono dire un nuovo investimento di oltre 40 miliardi di marchi impiegati in maniera particolarmente vantaggiosa, con speciali garanzie di reddito, di proficue ordinazioni alle acciaierie, ecc.

Il capitalismo sta sviluppandosi con la più grande rapidità nelle colonie e nei paesi d'oltremare. Tra essi sorgono nuove potenze imperialiste (per esempio il Giappone). La lotta degli imperialisti mondiali diventa più aspra. Le imprese coloniali e d'oltremare particolarmente redditizie pagano sempre maggiori tributi al capitale finanziario. Nella spartizione del "bottino" la parte di gran lunga maggiore spetta a paesi che non sempre hanno i primi posti per la rapidità di sviluppo delle forze produttive.

La lunghezza delle linee ferroviarie delle maggiori potenze, comprese le loro colonie, ammonta a (in migliaia di km.):



1890

1913

Aumento

Stati Uniti

268

413

145

Impero britannico

107

208

101

Russia

32

78

46

Germania

43

68

25

Francia

41

63

22

Totale per le cinque potenze

491

830

339

 

Circa l'80% della lunghezza totale delle linee ferroviarie si concentra nelle mani delle cinque maggiori potenze.

Assai più considerevole è la concentrazione della proprietà di queste ferrovie, la concentrazione del capitale finanziario, poiché per esempio gran parte delle azioni e obbligazioni delle ferrovie americane, russe e altre, appartiene ai milionari inglesi e francesi.

L'Inghilterra, grazie alle sue colonie, ha aumentato la "sua" rete ferroviaria di 100.000 km., cioè quattro volte più della Germania. Tuttavia, in questo stesso periodo di tempo lo sviluppo delle forze produttive e specialmente dell'industria mineraria e siderurgica fu notoriamente assai più rapido in Germania che in Inghilterra, per non parlare della Francia e della Russia. Nel 1892, la Germania produceva 4,9 milioni di tonnellate di ghisa, l'Inghilterra 6,8, ma già nel 1912 producevano rispettivamente 17,6 contro 9: vale a dire un poderoso sopravvento della Germania!(*)

(*) Si veda pure Edgar Crummond, The Economic Relations of the British and German Empires, nel Journal of the Royal Statistical Society, luglio 1914, p. 777 e seguenti.


La domanda è: quale altro mezzo esisteva all'infuori della guerra, in regime capitalista, per eliminare la sproporzione tra lo sviluppo delle forze produttive e l'accumulazione di capitale da un lato e la ripartizione delle colonie e "sfere" d'influenza per il capitale finanziario dall'altro?


8. Parassitismo e putrefazione del capitalismo

Dobbiamo ora esaminare un aspetto assai importante dell'imperialismo, di cui la maggior parte degli studi non tiene sufficiente conto. Una delle lacune del marxista Hilferding consiste nell'aver fatto un passo indietro rispetto al non-marxista Hobson. Parliamo del parassitismo, caratteristica propria dell'imperialismo.

Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è il monopolio, che ha origine dal capitalismo ed esiste nell'ambiente generale del capitalismo, della produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile contraddizione con quest'ambiente generale. Tuttavia questo monopolio, come ogni altro, genera la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione. Nella misura in cui s'introducono sia pur transitoriamente i prezzi di monopolio, vengono paralizzati fino ad un certo punto i moventi del progresso tecnico e quindi di ogni altro progresso, di ogni altro movimento in avanti e sorge immediatamente la possibilità economica di ritardare deliberatamente il progresso tecnico. Un esempio. In America un certo Owens inventò una macchina che ha rivoluzionato la produzione di bottiglie. Ma il cartello tedesco dei produttori di bottiglie compra il brevetto di Owens e lo mette in un cassetto, impedendone così l'applicazione. Certamente, in regime capitalista nessun monopolio potrà completamente e per lungo tempo escludere la concorrenza del mercato mondiale (questo costituisce tra l'altro una delle ragioni della stupidità della teoria dell'ultra-imperialismo). Certo la possibilità di abbassare i costi di produzione ed elevare i profitti mediante nuovi miglioramenti tecnici, agisce a favore delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione, propria del monopolio, continua dal canto suo ad agire e in singoli rami industriali e in singoli paesi si impone per determinati periodi di tempo.

Il possesso monopolista di colonie, particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso.

Inoltre, l'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido che, come abbiamo visto, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue inevitabilmente la crescita straordinaria della classe o meglio del ceto dei rentier, cioè di persone che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentier dalla produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltreoceano.

"Nel 1893 - scrive Hobson - il capitale britannico investito all'estero costituiva circa il 15% della ricchezza totale del Regno Unito."(*)

(*) Hobson, op. cit., p. 59.


Nel 1915 questo capitale era aumentato di circa due volte e mezzo.

"L'imperialismo aggressivo - leggiamo poco appresso nel libro di Hobson - che costa così caro ai contribuenti ed ha così scarso valore per il produttore e per il commerciante... è fonte di grandi profitti per l’investitore {il capitalista che cerca investimenti al proprio capitale}.

"Secondo la statistica di Sir R. Giffen, il reddito annuo che la Gran Bretagna ricava dal suo commercio estero e coloniale, dalle sue importazioni ed esportazioni, ammontava per il 1899 a 18 milioni di sterline [circa 170 milioni di rubli], se si calcola un reddito del 2,5% su un movimento totale di 800 milioni di sterline."

Per quanto tale cifra sia considerevole, tuttavia essa non può spiegare l'imperialismo aggressivo della Gran Bretagna.

Questo trova la sua spiegazione ben più nei 90-100 milioni di sterline che rappresentano il reddito del capitale "investito" all'estero, il profitto dei rentier.

Nel paese più "commerciale" del mondo i profitti dei rentier superano di cinque volte quelli del commercio estero! In ciò sta l'essenza dell'imperialismo e del parassitismo imperialista.

Per tale motivo nella letteratura economica sull'imperialismo è di uso corrente il concetto di "Stato rentier" (Rentnerstaat) o Stato usuraio. Il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e in una immensa massa di Stati debitori.

"Tra gli investimenti di capitali all'estero - scrive Schulze-Gaevernitz - primeggiano quelli fatti in paesi politicamente dipendenti o strettamente alleati: l'Inghilterra presta all'Egitto, al Giappone, alla Cina, al Sudamerica. E in caso di bisogno la sua flotta da guerra funziona da ufficiale giudiziario. La forza politica dell'Inghilterra la preserva contro l' eventualità di una sommossa dei debitori."(*)

(*) Schulze-Gaevernitz, Britischer Imperialismus, p. 320 e seguenti.


Sartorius von Waltershausen nel suo libro su Il sistema economico nazionale degli investimenti di capitali all'estero considera l'Olanda come tipo di "Stato rentier" e accenna che anche la Francia e l'Inghilterra sono sul punto di diventar tali.(*)

(*) Sartorius Von Waltershausen, op. cit., libro IV.


Schilder ritiene che i cinque Stati industriali - Inghilterra, Francia, Germania, Belgio e Svizzera - siano "nettamente paesi creditori". Ma non mette tra essi l'Olanda perché "poco sviluppata dal punto di vista industriale".(*)

(*) Schilder, op. cit., p. 393.


Gli Stati Uniti sono un paese creditore solo nei rapporti con altri paesi del continente americano.

"L'Inghilterra - scrive Schulze-Gaevernitz - a poco a poco da Stato industriale si sta trasformando in Stato creditore. Se la grandezza assoluta della produzione industriale e dell'esportazione di prodotti finiti è aumentata, tuttavia l'importanza relativa del guadagno in interessi e dividendi, emissioni di titoli, commissioni e speculazioni è di gran lunga cresciuta nell'economia nazionale complessiva. Secondo me, proprio questo fatto costituisce la vera base economica dello slancio imperialista. Il creditore è più saldamente legato al debitore, che non il venditore al compratore".(*)

(*) Schulze-Gaevernitz, op. cit., p. 122.


Lansburgh, direttore della rivista berlinese Die Bank, così scriveva nel 1911 sulla Germania in un articolo intitolato La Germania, Stato rentier: "Volentieri in Germania ci si beffa della smania dei francesi di trasformarsi in rentier, ma si dimentica che, per quanto concerne la classe media, le condizioni tedesche diventano sempre più simili alle francesi."(*)

(*) Die Bank, 1911, I, pp. 10-11.


Lo Stato rentier è lo Stato del capitalismo parassitario in putrefazione. Questo fatto necessariamente influisce su tutte le condizioni politico-sociali dei relativi paesi e quindi anche sulle due correnti principali del movimento operaio in generale. Per dimostrare ciò nella maniera più evidente, lasciamo la parola a Hobson, il quale è il più "sicuro" come testimone, poiché non gli si può rimproverare alcuna predilezione per l'"ortodossia marxista"; inoltre egli è inglese e conoscitore della situazione del suo paese, il più ricco di colonie, di capitale finanziario e di esperienza imperialista.

Sotto l'impressione ancor fresca della guerra anglo-boera, Hobson descrive la connessione dell'imperialismo con gli interessi degli uomini di finanza, dell'aumento dei profitti con gli appalti e le forniture, ecc. e a tale proposito scrive:

"Coloro che fissano la direzione a questa esplicita politica parassitaria sono i capitalisti: ma gli stessi moventi esercitano la loro efficacia anche su determinate categorie di operai. In molte città i più importanti commerci dipendono dalle commissioni governative; l'imperialismo dei centri metallurgici e navali può essere attribuito a questo fatto in buona misura."

Secondo Hobson, due tipi di circostanze indebolivano la potenza degli imperi antichi:

1) il "parassitismo economico";

2) la composizione degli eserciti con elementi reclutati tra le popolazioni sottomesse.

"La prima circostanza rientra nei costumi del parassitismo economico, per cui lo Stato dominante sfrutta le sue province, colonie e paesi sottomessi allo scopo di arricchire la classe dominante e corrompere le classi inferiori di questi territori in modo da tenerle a freno."

A nostra volta aggiungiamo che per rendere economicamente possibile tale opera di corruzione - in qualsiasi forma attuata - sono necessari alti profitti monopolisti. Sulla seconda circostanza scrive Hobson: "Uno dei più singolari sintomi della cecità dell'imperialismo è l'avventatezza con cui la Gran Bretagna, la Francia e altri paesi imperialisti si stanno mettendo su questa via. Su di essa l'Inghilterra si è inoltrata più di ogni altra. La maggior parte delle battaglie con cui conquistammo l'impero indiano furono combattute da eserciti formati da indigeni. In India e ultimamente anche in Egitto, i grandi eserciti permanenti sono comandati da inglesi; quasi tutte le guerre per la conquista dei nostri dominii africani, fatta eccezione per la parte meridionale, sono state combattute per noi dagli indigeni."

La prospettiva della spartizione della Cina dà origine alla seguente valutazione economica di Hobson: "La più grande parte dell'Europa occidentale potrebbe allora assumere l'aspetto e il carattere ora posseduti soltanto da alcuni luoghi, cioè l'Inghilterra meridionale, la Riviera {francese} e le località dell'Italia e della Svizzera visitate dai turisti e abitate da gente ricca, piccoli gruppi di ricchi aristocratici, traenti le loro rendite e i loro dividendi dall'Estremo Oriente; accanto a un gruppo alquanto più numeroso di impiegati e di commercianti e un gruppo ancora maggiore di domestici, lavoratori dei trasporti e operai occupati nelle fasi finali della lavorazione dei prodotti più deperibili. Allora scomparirebbero i più importanti rami di industria e gli alimenti e i prodotti base affluirebbero come tributo dall'Asia e dall'Africa... Ecco quale possibilità sarebbe offerta da una più vasta alleanza degli Stati occidentali, da una federazione europea delle grandi potenze. Essa non solo non spingerebbe innanzi l'opera della civiltà mondiale, ma potrebbe presentare il gravissimo pericolo di un parassitismo occidentale, quello di permettere l'esistenza di un gruppo di nazioni industriali più progredite, le cui classi elevate riceverebbero dall'Asia e dall'Africa enormi tributi e, mediante questi, si procurerebbero grandi masse di impiegati e di servitori addomesticati che non sarebbero occupati nella produzione in grande di derrate agricole o di articoli industriali, ma nel servizio personale o in lavori industriali di secondo ordine sotto il controllo della nuova aristocrazia finanziaria. Coloro per i quali queste teorie [bisognava dire: prospettive] devono essere ritenute indegne di essere prese in considerazione, dovrebbero meditare di più sulle condizioni economiche e sociali di quelle parti dell'odierna Inghilterra meridionale che già sono cadute in questa condizione. Essi dovrebbero immaginarsi quale immensa estensione acquisterebbe tale sistema, qualora la Cina fosse assoggettata al controllo economico di consimili gruppi di finanzieri, di "investitori di capitale" e dei loro impiegati politici e commerciali, intenti a pompare profitti dal più grande serbatoio potenziale che il mondo abbia mai conosciuto, per consumarli in Europa. Certo la situazione è troppo complessa e il ruolo delle forze mondiali è così difficile da calcolare per rendere questa o qualunque altra interpretazione del futuro molto probabile. Ma le tendenze che dominano attualmente l'imperialismo dell'Europa occidentale agiscono in questa direzione e se non incontrano una forza opposta che le avvii verso altra direzione, esse lavorano appunto perché il processo abbia lo sbocco sopra accennato."(*)

(*) Hobson, op. cit., pp. 103, 205, 144, 335, 385-386.


Hobson ha completamente ragione: se le potenze imperialiste non incontrassero resistenza, esse giungerebbero direttamente al risultato che lui ha descritto. Il significato degli "Stati Uniti d'Europa" nella odierna congiuntura imperialista è correttamente valutato.

È da aggiungere soltanto che anche in seno al movimento operaio gli opportunisti, oggi provvisoriamente vittoriosi nella maggior parte dei paesi, "lavorano" sistematicamente e indefessamente nella medesima direzione. L'imperialismo, che significa la spartizione di tutto il mondo e lo sfruttamento non soltanto della Cina, che significa alti profitti monopolisti a beneficio di un pugno di paesi molto ricchi, rende economicamente possibile corrompere gli strati superiori del proletariato e, in tal modo, di alimentare, foggiare e rafforzare l'opportunismo. D'altra parte non dobbiamo perdere di vista le forze, naturalmente trascurate dal social-liberale Hobson, le quali operano in senso contrario all'imperialismo in generale e all'opportunismo in particolare.

Un opportunista tedesco, Gerhard Hildebrand, che a suo tempo venne espulso dal partito socialdemocratico per aver difeso l'imperialismo, ma che oggi potrebbe benissimo essere tra i capi del cosiddetto Partito "socialdemocratico" tedesco, completa brillantemente Hobson facendo propaganda per gli "Stati Uniti d'Europa" (senza la Russia), precisamente allo scopo di azioni "in comune"... contro i neri dell'Africa, contro il "grande movimento islamico", per mantenere "un esercito e una flotta poderosi", contro una "coalizione sino-giapponese",(*) ecc.

(*) Gerhard Hildebrand, Die Erschütterung der Industrieherrschaft und des Industriesozialismus, Jena, 1910, p. 229 e seguenti.


La descrizione dell'"Imperialismo britannico" nel libro di Schulze-Gaevernitz rivela gli stessi caratteri parassitari.

Dal 1865 al 1898 il reddito nazionale dell'Inghilterra è quasi raddoppiato, ma nello stesso periodo il reddito "dall'estero" è aumentato di nove volte.

E se egli attribuisce "a merito" dell'imperialismo l'"aver educato il nero al lavoro" (non si può fare a meno della costrizione!), tuttavia segnala il "pericolo" dell'imperialismo, consistente per lui nel fatto che "l'Europa trasferirebbe all'umanità di colore il lavoro corporale - anzitutto il lavoro agricolo e minerario e poi anche quello più duro nel campo dell'industria - accontentandosi dal canto suo del ruolo di rentier, il che probabilmente avvierebbe prima all'emancipazione economica e poi anche politica delle razze di colore."

In Inghilterra si sottrae all'agricoltura sempre maggior quantità di terra per adibirla allo sport, ai divertimenti dei ricchi. Quanto alla Scozia - il più aristocratico campo di gioco del mondo per la caccia e lo sport - "essa vive del suo passato e del signor Carnegie" (il miliardario americano). L'Inghilterra spende annualmente 14 milioni di sterline soltanto per le corse di cavalli e la caccia alla volpe (circa 130 milioni di rubli) e il numero dei rentier vi ammonta ad un milione, mentre diminuisce la percentuale della popolazione produttiva.



Popolazione Inghilterra e Galles (in milioni)

Numero dei lavoratori

dei più importanti

rami industriali

(in milioni)

Percentuale

sulla popolazione

1851

17,9

4,1

23 %

1901

32,5

4,9

15 %,

 

E lo studioso borghese "dell'imperialismo britannico dell'inizio del secolo XX" quando parla della classe operaia inglese, è costretto a tenere sistematicamente distinti l'uno dall'altro lo "strato superiore" dei lavoratori e lo "strato inferiore propriamente proletario". Lo strato superiore fornisce la massa dei membri delle cooperative, dei sindacati, delle associazioni sportive e delle numerose sette religiose. Al suo tenore di vita è anche adattato il sistema elettorale, che in Inghilterra "è ancora abbastanza limitato da escludere lo strato inferiore propriamente proletario!"

Per presentare la situazione della classe operaia inglese in una luce positiva, si suol parlare soltanto di questo strato superiore che costituisce la minoranza del proletariato. Esempio: "La questione della disoccupazione è questione che riguarda soltanto Londra e gli strati proletari inferiori, di cui i politicanti tengono poco conto..."(*)

(*) Schulze-Gaevernitz, op. cit., p. 301.


Avrebbe dovuto dire: di cui i politicanti borghesi e gli opportunisti "socialisti" s'interessano poco.

Una delle particolarità dell'imperialismo, collegata ai fatti che sto descrivendo, è la diminuzione dell'emigrazione dai paesi imperialisti e l'aumento dell'immigrazione in essi di individui provenienti da paesi più arretrati, con salari inferiori. Secondo Hobson l'emigrazione dall'Inghilterra è scesa da 242.000 persone nel 1884 a sole 169.000 nel 1900. L'emigrazione della Germania raggiunse il punto culminante nel decennio 1881-1890, con 1.453.000 immigrati e nei due decenni successivi scese a 544 e 341.000. Invece, crebbe il numero dei lavoratori accorsi in Germania dall'Austria, dall'Italia, dalla Russia e da altri paesi. Secondo il censimento del 1907 vivevano allora in Germania 1.342.294 stranieri, di cui 440.800 lavoratori industriali e 257.329 lavoratori agricoli.(*)

(*)